Sogin protagonista in ricerca e innovazione

Il Gruppo Sogin parteciperà a due progetti nell’ambito del Programma Quadro dell’Unione Europea per la ricerca e l’innovazione (Horizon 2020), approvati lo scorso 7 febbraio. Inno4Graph, con una durata di 3 anni, ha l’obiettivo di sviluppare e condividere strumenti e metodologie innovative per lo smantellamento dei reattori europei moderati a grafite, come quello della centrale nucleare di Latina e vedrà Sogin impegnata nella realizzazione di un prototipo per la valutazione dello stato di conservazione dei blocchi di grafite nel nocciolo del reattore della centrale. PREDIS, con una durata di 4 anni, mira all’individuazione e all’implementazione di strategie volte alla riduzione dei volumi e all’ottimizzazione dei processi di trattamento dei rifiuti nucleari. Maggiori informazione nel comunicato ufficiale.

Giornata di studio AIN 2019: la cronaca

Si è svolta il 16 ottobre scorso a Roma l’annuale Giornata di Studio AIN dal titolo: “Decarbonizzazione: il nucleare è un’opzione in Europa?”. La risposta, che rappresenta l’idea di fondo del libro “A bright future: how some countries have solved climate change and the rest can follow” scritto da Joshua s. Goldstein e Staffan A. Qvist, quest’ultimo presente in sala, sembrerebbe essere sì. La necessità di abbattere le emissioni climalteranti e quelle inquinanti associate alla produzione di energia, fino ad azzerarle in un futuro non troppo lontano, è un obiettivo ambizioso ma non impossibile. Tuttavia è necessario puntare con decisione alla riconversione dell’intero settore energetico ( e quello dei trasporti) verso l’utilizzo di tecnologie a basse emissioni. Ed è un dato di fatto che i Paesi che utilizzano il nucleare per la produzione elettrica hanno emissioni più basse, specie quando il potenziale nucleare va a discapito dell’utilizzo di fonti fossili come carbone, gas e olii combustibili. La giornata, che si è aperta con la presentazione del libro da parte di uno degli autori, lo svedese Qvist, ha visto la partecipazione tra gli altri dell’europarlamentare Carlo Calenda, del presidente di Assoambiente Chicco Testa, di Carlo Stagnaro (direttore dell’Osservatorio economia digitale dell’Istituto Bruno Leoni), di Luisa Ferroni (dovente di Impianti nucleari alla sapienza di Roma), di Roberto Adinolfi (ad di Ansaldo Energia) e di Pierluigi Totaro, presidente del Comitato Nucleare e Ragione. Il libro presenta tra gli altri il caso della Svezia, che tra il 1970 e il 1990 ha dimezzato le sue emissioni totali di carbonio e ha ridotto di oltre il 60% le emissioni ad abitante grazie al nucleare, che oggi detiene una quota di circa il 30% della produzione elettrica del Paese scandinavo, cui si affiancano idroelettrico ed eolico, mentre sono virtualmente assenti i combustibili fossili. Al contrario la Germania ha impostato la propria politica energetica sul massiccio ricorso alle rinnovabili intermittenti e sul contestuale abbandono dell’energia nucleare, non riuscendo a scalfire di fatto le proprie emissioni e restando vincolata alla produzione elettrica da carbone e lignite. Quest’ultima scelta – si sostiene nel libro – non è una formula vincente per una rapida decarbonizzazione; mentre lo è l’approccio della Svezia (e di altri Paesi come Francia, Belgio, Stati Uniti) che riconosce la necessità di tutte le fonti a basse emissioni per contrastare i cambiamenti climatici. Tesi questa condivisa dall’AIN. “L’Italia – ha ricordato il presidente Umberto Minopoli – anni fa ha fatto la sua scelta sul nucleare decidendo di chiudere gli impianti e questo ci pone in una situazione più critica rispetto ad altri Paesi che invece hanno mantenuto l’apporto del nucleare alla produzione di energia”. “Puntare tutto sulle rinnovabili non è possibile e non lo sarà ancora per molto tempo perché mancano ancora le tecnologie di accumulo necessarie. Serve quindi il contribuito di fonti come il nucleare, fonti che possano offrire stabilità dell’approvvigionamento. Senza l’apporto del nucleare al portafoglio energetico europeo – ha sottolineato Minopoli – non è possibile raggiungere gli stringenti obiettivi di decarbonizzazione. E noi italiani dobbiamo interessarcene, perché siamo parte dell’Europa e abbiamo capacità industriali e di ricerca che ci permettono di avere un ruolo importante. Oltre al fatto che abbiamo un lascito nucleare (il decommissioning delle centrali, il deposito dei rifiuti radioattivi) di cui occuparci”. Per  Carlo Calenda, già ministro dello Sviluppo economico, “la scelta dell’Italia sul nucleare è stata una scelta sciagurata”, dovuta al fatto che “il nostro Paese prende le decisioni sulla base dell’ideologia e non sulla base della concretezza dei fatti”.  “No so se il nucleare può essere la soluzione – ha aggiunto –certamente parlare oggi di 100% rinnovabili è una cosa senza senso per problemi tecnologici”. Secondo Carlo Stagnaro dell’Istituto Bruno Leoni,  l’Europa dovrebbe preservare la quota di nucleare esistente  e “non parlare più di nucleare francese (o di altri stati, ndr) ma di nucleare europeo in un contesto di reti integrate”. Il presidente di Assoambiente Chicco Testa, si è soffermato sulla difficoltà ancora presente in Italia a parlare di nucleare, per una diffusa cultura della diffidenza alimentata nell’opinione pubblica anche dalle posizioni di alcuni soggetti istituzionali “che dicono cose fasulle” e alimentano paure immotivate. Sulla necessità di una corretta informazione la docente di Impianti Nucleari della Sapienza Luisa Ferroni nota che “Viviamo in un mondo di radiazioni, ma anche studenti universitari al terzo anno del corso di Ingegneria energetica non lo sanno. Bisogna fare in modo che argomenti come la radioprotezione siano affrontati fin dalle scuole elementari. La paura si supera con la conoscenza”. Sulla stessa linea Pierluigi Totaro del Comitato Nucleare e Ragione che aggiunge: “Bisogna abbandonare l’idea che il nucleare in Italia sia un tabù e ripensare a scelte strategiche per il futuro”. Ha concluso i lavori l’intervento di Roberto Adinolfi, AD di Ansaldo Nucleare, secondo il quale “è arrivato il momento di fare un bilancio di 30 anni di uscita dal nucleare” aggiungendo che “di nucleare bisogna continuare a parlare, perché si tratta di un tema attualissimo” e che “creare una cultura nucleare è ‘conditio sine qua non’ per aprire un dibattito fondato non su preconcetti ma su basi razionali”.

Un Italiano a Fukushima per un giorno

Il racconto del recente viaggio in Giappone di Massimo Burbi, socio del Comitato Nucleare e Ragione* Prologo Fukushima non è una città, è una prefettura del Giappone dove vivono quasi 2 milioni di persone che si trova nella regione di Tōhoku. Fukushima City è il suo capoluogo, ma il motivo per cui tutto il mondo conosce questo nome è legato a vicende che si sono svolte a circa 60 km da lì, all’estremo est della prefettura, dove il Giappone confina con l’Oceano Pacifico. Proprio dall’oceano, l’11 Marzo 2011, arriva Il peggior terremoto mai verificatosi in Giappone e il quarto più potente registrato in tutto il pianeta da 120 anni a questa parte. Magnitudo 9 può sembrare solo un numero fino a quando non si ha qualcosa con cui confrontarlo.  Abbiamo  ancora negli occhi il sisma dell’Aquila del 2009, 309 morti e 65000 sfollati. Quel terremoto ha avuto una magnitudo (Richter) 5.9. La scala logaritmica fa sembrare i due numeri non così distanti, ma 3 punti di magnitudo di differenza vogliono dire che il sisma che due anni dopo colpisce il Giappone libera un’energia circa 30000 volte superiore [1]. Come se non bastasse, il terremoto scatena uno tsunami con onde alte più di 10 metri che si abbattono sulla costa ad oltre 700 km/h, penetrando nell’entroterra per chilometri: 16000 morti, 2500 dispersi (che ad anni di distanza sono purtroppo sinonimi, anche se ancora c’è chi non ha smesso di cercare), 120000 edifici completamente distrutti, intere città cancellate e 340000 sfollati. Sulla costa c’è anche la centrale nucleare di Fukushima Daiichi (che vuol dire numero 1). La centrale regge al terremoto ed è già in shutdown quando arriva l’onda di tsunami. Le linee elettriche sono interrotte e il raffreddamento dei reattori è affidato ai generatori diesel di emergenza. Uno studio del 2008 (ignorato dalla società Tepco, che gestisce l’impianto) aveva avvertito della possibilità in quell’area di onde di tsunami alte oltre 10 metri, ma nel marzo 2011 a proteggere la struttura dal maremoto, c’è una barriera alta poco più della metà. L’onda che raggiunge la costa circa un’ora dopo il terremoto è alta più di 14 metri, supera facilmente le barriere e sommerge completamente i locali dei generatori diesel, colpevolmente collocati al piano interrato, lasciando la centrale senza corrente elettrica, e quindi anche senza raffreddamento. Si creano così le condizioni che portano, in vari momenti dei giorni successivi, alle esplosioni (chimiche, non nucleari) nei reattori 1-3, e nell’edificio del reattore 4, con rilascio di materiale radioattivo in atmosfera e in mare. Il giorno dopo oltre 150000 persone nel raggio di 20 km dalla centrale nucleare vengono evacuate [2]. Arrivo a Namie Town Sono le 11 di mattina quando arriviamo a Namie. Sono passati più di otto anni e mezzo dal terremoto, ma qui sembra che molte cose siano ancora ferme a quei giorni. Namie Town è stata una delle città maggiormente interessate dal rilascio di materiale radioattivo dalla centrale di Fukushima Daiichi, che si trova a circa 8 km a sud-est in linea d’aria. Per sei anni è stata una città fantasma, solo nella primavera del 2017 è stato permesso alla popolazione di tornare a vivere qui, ma in pochi l’hanno fatto. “Qui vivevano circa 20000 persone, solo il 5% è tornato” mi dice Fumie, originaria di Fukushima City, che mi accompagna in questa giornata. La zona di evacuazione è andata progressivamente riducendosi nel corso degli anni, attualmente copre il 2.7% del territorio della prefettura e sono circa 30000 le persone che continuano a vivere con lo status di “sfollati” fuori dai suoi confini [2]. Scendiamo dalla macchina nei pressi della stazione ferroviaria. Da qui partono solo treni verso nord, ma ci sono lavori in corso per ripristinare il collegamento con Tomioka Town, circa 20 km più a sud. Fuori dalla stazione ha recentemente aperto un nuovo cafè, da circa due mesi funziona di nuovo il servizio taxi, e non lontano da dove ci troviamo è da poco tornato ad operare il dentista. Tutti segni di una ricostruzione, non solo materiale, che va avanti a piccoli passi tra molte difficoltà ed incertezze sul futuro. Camminando per le vie della città la radioattività è estremamente bassa, raramente si superano gli 0.15 µSv/h, livelli inferiori a quelli che si trovano in molte parti d’Italia. A Roma ci si aggira sugli 0.30 µSv/h, e in certe zone del centro di Orvieto si rilevano valori superiori a 0.70 µSv/h. Ma per quanto la radioattività possa essere bassa la paura si fa ancora sentire, e in ogni caso non è affatto scontato che chi ha impiegato anni a rifarsi una vita altrove ora torni da dove è venuto, andando incontro ad un’altra faticosa transizione. A Fukushima non ci sono state vittime per le radiazioni [3], uno studio ha rilevato che nei primi quattro mesi dopo l’incidente, quelli in cui l’esposizione è stata massima, il 99.4% dei soggetti monitorati ha ricevuto una dose equivalente aggiuntiva per esposizione esterna inferiore a 3 mSv [4]. La dose media annua complessiva di un cittadino italiano è dell’ordine di 4.5 mSv [5]. Nonostante questo, circa 2000 persone sono morte a causa di un’evacuazione disorganizzata, in cui c’è chi è stato strappato in fretta e furia dagli ospedali, finendo per non ricevere le cure mediche di cui aveva bisogno, e  dello stress da ricollocamento che ha provocato depressione, alcolismo e suicidi [6]. Paura, ansia e scarsa informazione sulle radiazioni da queste parti hanno fatto più vittime dello tsunami [7]. E c’è anche chi pensa che l’evacuazione sia durata troppo a lungo. E’ il caso di Shunichi Yamashita (Nagasaki University), per due anni a capo del progetto che ha studiato gli effetti dell’incidente sulla salute degli abitanti di Fukushima, convinto che le persone avrebbero potuto tornare nelle loro case dopo un mese [8]. Nel centro di Namie molti edifici danneggiati dal terremoto sono stati demoliti, altri, malgrado l’aspetto apparentemente sano, lo saranno presto. A contrassegnarli c’è un piccolo adesivo rosso sulle finestre. Continuando a camminare raggiungiamo la scuola del paese che affaccia direttamente…

Concorso IAEA per studenti superiori

La IAEA ha indetto un concorso internazionale per studenti superiori di età compresa tra i 14 e i 18 anni che premierà i migliori progetti sull’uso delle tecnologie digitali a supporto dell’istruzione nell’ambito dell’energia nucleare e del ruolo di quest’ultima nel contrasto dei cambiamenti climatici. Il sommario del progetto può essere inviato entro il 15 febbraio 2020 da squadre composte da almeno tre studenti ed un insegnante qualificato. Il progetto vincitore sarà annunciato a Mosca, nell’ambito della International Conference on Nuclear Knowledge Management and Human Resources Development che si terrà dal 15 al 19 giugno. Le cinque squadre finaliste saranno invitate a partecipare alla conferenza di Mosca a spese della IAEA. Maggiori informazioni si possono ottenere inviando una mail al comitato organizzatore e alla pagina dedicata IAEA.

DYNAMIC eseguirà l’assemblaggio del Tokamak per ITER (TAC2)

ITER Organization ha assegnato un contratto del valore globale di oltre 200 milioni di euro, per l’assemblaggio del Tokamak (TAC2), a DYNAMIC, una società costituita specificamente per garantire una esecuzione di elevata qualità ed in totale sicurezza dei lavori che saranno portati a termine con il contributo collettivo dei suoi soci fondatori: Ansaldo Nucleare, Endel Engie, Orys Group ORTEC, SIMIC, Leading e Ansaldo Energia. Le attività di ingegneria e fabbricazione, eseguite dal personale delle società di DYNAMIC, si svolgeranno prevalentemente presso la sede ITER a Cadarache. I lavori comprenderanno complesse operazioni di sollevamento, posizionamento, saldatura e ispezione di alcuni fra componenti e sottosistemi di ITER più grandi e a più alto contenuto tecnologico, come le bobine di campo toroidale, i settori del vacuum vessel, gli scudi e le porte termiche, tutti posizionati nel pozzo centrale che alloggerà il Tokamak. “Per la maggior parte delle società che fanno parte di DYNAMIC, questa fase di installazione rappresenta la continuazione di anni di attività sul progetto ITER nel ruolo di fornitori di servizi di progettazione, manifattura e installazione. È questa l’esperienza che dobbiamo integrare con il team CMA/IO per trasformare questa sfida, sinora unica nel suo genere, in un successo tecnico, con i più elevati standard di qualità e sicurezza”, ha dichiarato Francesco Maestri, CEO di Ansaldo Nucleare. “Siamo lieti di compiere un altro passo avanti verso la fase di assemblaggio”, ha dichiarato Bernard Bigot, direttore generale di ITER. “Stiamo arrivando ad un momento cruciale: occorre assemblare e installare i componenti forniti da tutte le società che partecipano al progetto ITER, con specifiche eccezionalmente stringenti che devono essere rispettate con la massima precisione e con una tempistica molto impegnativa. Siamo sicuri che DYNAMIC completerà i lavori secondo le nostre migliori aspettative. È fondamentale per il successo di ITER”.