Scuola ICTP-IAEA su applicativi di elettronica digitale nel campo nucleare

E’ in programma a Trieste dal 25 gennaio al 19 febbraio 2021 la “Joint ICTP-IAEA School on FPGA-based SoC and its Applications for Nuclear and Related Instrumentation“. L’obiettivo della scuola è familiarizzare i partecipanti con i software e gli hardware della tecnologia Systems-on-Chip (SOC) con riguardo agli applicativi nel campo nucleare. Termine d’iscrizione alla scuola 10 gennaio 2021. Per maggiori informazioni visitare la pagina ufficiale.

Macron: il nostro futuro dipende dal nucleare

Il Capo dello Stato francese ha visitato ieri, 8 dicembre, il sito industriale di Framatome presso Le Creusot. Durante la visita Macron si è rivolto ad una platea di industriali del settore nucleare per rassicurarli del fatto che il “futuro energetico ed ecologico del Paese dipende dal nucleare”. Il nucleare copre circa il 78% del fabbisogno elettrico ed occupa circa 220.000 addetti nel Paese d’Oltralpe. Non è dunque a prima volta in cui Macron spende parole lusinghiere per l’energia dall’atomo, cui riconosce il ruolo di primo piano nel fornire energia a basse emissioni nonché l’importanza nel mantenimento dell’indipendenza strategica della Francia. Non a caso, nel corso della visita, ha anche annunciato che la prossima portaerei francese sarà a propulsione nucleare. Tuttavia, la politica francese è nei fatti contrastata, poiché agli elogi verbali e agli stanziamenti in ricerca e svilupposi contrappongono i piani di ridimensionamento del ruolo del nucleare nel mix energetico (sotto al 50% nel 2050) e le chiusure anticipate delle centrali, ultima quella di Fessenheim, occorsa lo scorso Febbraio tra le proteste e non ancora digerita dai sindacati del settore. L’industria apprezza l’appoggio del Presidente, ma si aspetta decisioni più incisive per il futuro del settore, come ad esempio il piano per la costruzione di sei nuovi EPR, che stenta a realizzarsi, e che è ritenuto di vitale importanza. Secondo le indiscrezioni, tale piano dovrebbe attendere il 2023, ovvero dopo l’avvio di Flamanville, per concretizzarsi. Scarica la traduzione dell’articolo originale de La Tribune

Economia all’idrogeno: un’opportunità per il nucleare

Il Dipartimento per l’Energia (DOE) degli Stati Uniti ha rilasciato la scorsa settimana il piano strategico per aumentare la competitività dell’idrogeno nel sistema energetico. A differenza di piani simili sviluppati da Unione Europea, Giappone e persino Italia, il piano americano non indica, per ora, obiettivi specifici di penetrazione dell’idrogeno nel mercato dell’energia, bensì pone l’accento sulla ricerca e lo sviluppo. Secondo lo studio infatti, ai prezzi attuali dell’elettricità (0.05-0.07$/kwh), l’idrogeno prodotto da elettrolisi ha un costo di circa 5-6$/kg, a fronte dei target di 2$/kg e 1$/kg che lo renderebbero competitivo rispettivamente nelle applicazioni dei trasporti e in quelle industriali. Mentre l’Unione Europea persevera sulla strada delle politiche energetiche orientate allo sviluppo delle sole fonti rinnovabili, escludendo di fatto il nucleare (benché esso produca circa la metà dell’energia pulita dell’Unione), l’approccio statunitense è genuinamente tecnologicamente neutro, e delinea le prospettive di integrazione di tutte le fonti energetiche nella futura economia all’idrogeno. La produzione di idrogeno rappresenta infatti un’enorme opportunità per le centrali nucleari esistenti quanto per quelle di futura realizzazione: in un mercato sempre più permeato da rinnovabili intermittenti, una delle qualità del nucleare – ovvero la capacità di produrre energia in modo continuativo – sta divenendo il suo tallone d’Achille, riducendo la profittabilità economica delle centrali in esercizio e forzandone la chiusura in molti casi. La produzione di idrogeno da fonte nucleare permetterebbe di ridurre l’immissione di elettricità in rete (load following) nelle ore in cui vi è più alta produzione da fonti rinnovabili, utilizzando l’energia per produrre idrogeno, da immettere successivamente del mercato ad un più alto valore aggiunto oppure da utilizzare per le necessità della centrale stessa. Ad esempio, una centrale nucleare da 1GW potrebbe produrre circa 40 tonnellate di idrogeno all’anno, assumendo essa immetta in rete elettricità per il 70% del tempo e produca idrogeno per il restante 26% (al netto del 4% delle ore annue di fermo produttivo per manutenzione e ricarico combustibile). Inoltre, i reattori di nuova generazione avrebbero un ulteriore vantaggio competitivo, potendo produrre idrogeno tramite elettrolisi ad alta temperatura, più efficiente rispetto al processo a bassa temperatura utilizzato in abbinamento alle fonti rinnovabili. Diversi sono i progetti di ricerca già finanziati dal DOE che hanno come oggetto la produzione di idrogeno abbinata alla fonte nucleare. Il primo vede coinvolte XCel Energy (utility dell’energia con sede a Minneapolis) e Idaho National Laboratories (INL) per un progetto dimostrativo di utilizzo di elettricità e vapore generato da una centrale nucleare per sostenere il processo elettrolitico; il secondo vede coinvolti sempre INL e FuelCell Energy al fine di spianare la strada alla commercializzazione delle celle a combustibile ad ossido solido (SOFC) tramite un sistema di produzione integrato in una centrale nucleare. La Francia, per bocca del Ministro all’Economia e Finanze Le Maire, ha dichiarato di voler sfruttare la propria capacità nucleare per produrre idrogeno pulito, a differenza della Germania, che riconoscendo la propria capacità rinnovabile insufficiente al futuro sviluppo della propria economia all’idrogeno, pensa già di importarlo da Nord Africa e Medio Oriente.

Biden può unire l’America con il nucleare

La vittoria elettorale del democratico Joe Biden, salvo esito positivo dei ricorsi del Presidente uscente Donald Trump, sembra certa e l’ingresso alla Casa Bianca del presidente in pectore solo rimandato. Tuttavia appare altrettanto probabile che la risicata vittoria di Biden non gli consentirà di ottenere il controllo del Senato, che resterebbe quindi a maggioranza repubblicana. Tale evenienza potrebbe infrangere sul nascere le possibilità della compagine democratica di portare a compimento le parti più ambiziose del programma elettorale, tra le quali figura un deciso impulso alle fonti rinnovabili per centrare gli obiettivi di decarbonizzazione sottoscritti negli Accordi di Parigi. Accordi dai quali, con effetto il 4 novembre scorso, gli Stati Uniti hanno formalmente recesso, e la cui riabilitazione quindi richiederebbe l’approvazione del Congresso, tutt’altro che scontata. In base agli accordi di Parigi gli USA si impegnerebbero a ridurre le emissioni del 26% (rispetto al 2005) entro il 2025, ma ad oggi le hanno ridotte solo del 17%. Se da un lato alcuni strumenti legislativi che darebbero impulso alla decarbonizzazione, quali la carbon tax e i sussidi alle rinnovabili, sono invisi ai Repubblicani, negli ultimi quattro anni, e ancora prima sotto l’amministrazione Obama, l’energia nucleare e alcuni strumenti legislativi a suo sostegno hanno goduto di supporto politico bipartisan. Basti ricordare il Nuclear Energy Innovation Capability Act (NEICA, siglato nel 2018) e il Nuclear Energy Innovation and Modernization Act (NEIMA, siglato nel 2019). O il più recente Nuclear Energy Leadership Act (NELA), approvato come emendamento dal Senato lo scorso luglio e in attesa di approvazione alla Camera. D’altronde, l’energia nucleare copre il 20% della produzione elettrica americana e circa la metà della produzione low carbon, per cui il mantenimento e l’ammodernamento della flotta esistente nonché lo sviluppo di reattori avanzati sono d’importanza strategica per gli Stati Uniti, che da tempo hanno perso il primato globale nel settore. Un continuo e determinato supporto al nucleare offrirebbe dunque a Biden la possibilità di far passare politiche bipartisan e, al contempo, raggiungere gli obiettivi climatici prefissi. Biden aveva già ripudiato il Green New Deal di Alexandra Ocasio Cortez, rappresentante dell’ala democratica più radicale – nota Michael Shellenberger su Forbes – tuttavia ha ancora in mente di spendere 2000 miliardi di dollari in rinnovabili. Il piano, fortemente osteggiato dai repubblicani, incontra scetticismo anche tra i democratici moderati, poiché l’ostilità ai grandi parchi solari ed eolici è fortemente radicata nell’elettorato rurale (prevalentemente repubblicano). Secondo Madison Czerwinski, fondatrice del gruppo Campaign for a Nuclear Green Deal, Biden dovrebbe perseguire una politica volta ad aumentare il peso del nucleare nel mix elettrico americano al 50% nel 2050. Sarebbe – prosegue Czerwinski – un atto politico unificante che troverebbe il favore dei repubblicani, dei sindacati, e dei giovani democratici attenti al problema climatico. Se infatti gli elettori repubblicani sono mediamente più favorevoli al nucleare dei democratici (59% contro 41% secondo un sondaggio), i giovani, tendenzialmente elettori democratici, sono i più favorevoli al nucleare.

Il futuro dell’energia nucleare genera dibattito in Italia

Rilanciamo una serie di articoli prodotti dal think tank Tortuga per Linkiesta, partendo dall’ultimo, che esamina le prospettive del nucleare con l’avvento dei reattori di IV generazione e degli Small Modular Reactors (SMR). I primi due articoli della serie affrontano rispettivamente la imprescindibilità della fonte nucleare per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione e una storia del nucleare in Italia e del continuo coinvolgimento di molte realtà industriali e di ricerca del nostro paese nel settore nucleare. E’ sicuramente positivo il fatto che di nucleare si ricominci a parlare anche al di fuori dei ristretti circoli tecnici, quali la nostra Associazione, tanto più considerato che l’iniziativa parte da un think tank composto da giovani millennials attivi nel campo delle scienze economiche e sociali e che prestano la loro attività per fornire analisi e dati al sostegno di politiche di crescita per il Paese.