EDF e la nazionalizzazione

Con l’intenzione di assicurare sicurezza energetica per il Paese, il governo francese ha annunciato l’intenzione di nazionalizzare completamente EDF – al momento già all’84% statale. L’OPA da 9.7 miliardi di euro vuole mettere al sicuro la Francia, cercando di tenere a bada i prezzi dell’energia schizzati a causa della situazione geopolitica. Lo scorso febbraio infatti Macron aveva già annunciato un rilancio del programma nucleare con la costruzione di sei nuovi reattori, e la possibilità si ulteriori 8, costruiti ed operati da EDF, con decine di miliardi di euro di fondi pubblici da mobilitare per finanziare i progetti e mettere al sicuro le finanze aziendali.       pic EDF

L’Occidente ha dimenticato come costruire impianti nucleari?

Questa la visione di Matthew Dalton del Wall Street Journal nell’ultimo pezzo sull’energia nucleare.   La costruzione di nuovi reattori venne molto rallentata dagli incidenti del 1979 di Three Mile Island (Pennsylvania), da Chernobyl del 1986 e da una generica avversione allo smaltimento dei rifiuti radioattivi da impianti. La situazione peggiorò ancora nel 2011 con Fukushima: esempi sono la Germania con la decisione del phase-out o l’inasprimento della regolamentazione da parte degli USA. Oggi vediamo finalmente una rinascita del nucleare, la consapevolezza della sua importanza nel fornire energia pulita, sicura ed affidabile. Alcune nazioni come UK, Polonia, Repubblica Ceca e Olanda hanno intenzione di costruire nuove centrali. Ma siamo pronti a far ripartire la nostra capacità costruttiva? Le nazioni che sono state pioniere dell’era atomica soffrono ora di una mancanza di manager ed operai qualificati con esperienza nella costruzione, portando a ritardi e aumenti di costo. Dalton cita come esempi i problemi di saldature a Flamanville, o i reattori in costruzione di Georgia Power, tra le prime nuove unità dopo trent’anni di fermo. Will Salters, un sindacalista impiegato presso l’impianto di Vogtle ha dichiarato: “Abbiamo dovuto addestrare i saldatori e molte altre mansioni affinché diventassero lavoratori nucleari, quasi non ce ne sono più nel Paese. Tutti quelli che avevamo sono in pensione o deceduti.”   Sarà davvero necessario uno sforzo del mondo occidentale per riportare a pieno regime le catene di approvvigionamento di materiali e personale di alta qualità per le applicazioni nucleari?     Immagine di copertina: Sarah Meyssonnier / Reuters

Nucleare-Ritorno al futuro: presentazioni del libro

Dopo la recente pubblicazione, è finalmente il momento di eventi dal vivo con ospiti di rilievo per un dibattito aperto e costruttivo sul ritorno del nucleare!   Qui i prossimi appuntamenti Genova, Mercoledì 6 luglio, 17.30, Auditorium Confindustria – via San Vincenzo 2, 3° piano Intervengono: Giuseppe Marino, Claudia Gasparrini, Pierroberto Folgiero, Ugo SalermoModera: Antonia Ronchei   Roma, Martedì 28 giugno, 18.30. Terrazza Havas – Via Leonida Bissolati 76 Intervengono: Paolo Arrigoni, Carlo Calenda, Antonio Gozzi, Erica Mazzetti, Antonio Misiani, Chicco Testa, Guseppe ZollinoModera: Giorgio Rutelli Livorno, Mercoledì 22 giugno, 18.00. Il Chioschino, Villa FabbricottiIntroduce: Gino Fantozzi. Intervengono: Renato Gangemi, Bintou Mia Diop

Facciamo rete con l’Europa, da “Nucleare: Ritorno al futuro”

Nel suo ultimo libro, Nucleare: Ritorno al futuro, il presidente Minopoli sviscera una delle proposte di AIN per il futuro dell’elettricità – all’unico livello sensato: quello UE.   Viviamo tutti sulla pelle i risultati della poco lungimirante – per usare un eufemismo – politica energetica del nostro Paese e non solo. Già dall’estate 2021 abbiamo visto l’impatto dell’insufficienza di gas, naturalmente esacerbata dalla crisi ucraina. Negli ultimi mesi si è parlato di razionamenti, lo spettro dei blackout aleggia; ma è proprio questo il momento in cui occorrerebbe coraggio: superare la visione emergenziale e finalmente adottare e perseguire un mix elettrico (ma anche energetico) che possa sostenere il sistema Paese a lungo termine. Non basteranno le fonti rinnovabili che pure dovranno considerevolmente aumentare il loro peso nel mix del Paese. Nel 2020 le fonti di energia rinnovabile hanno coperto il 38% dei consumi di energia elettrica: il contributo preponderante resta quello della fonte idroelettrica, una ricchezza naturale, purtroppo con sviluppo limitato, che copre quasi i due terzi di questo consumo. La potenza installata delle fonti di energia rinnovabile ha raggiunto i 56,6 GW, crescendo a tassi sostenuti in tutti questi anni. Oggi, ancor più, dopo la crisi ucraina si parla di aggiungere, entro il 2030, 70 GW di energia rinnovabile al nostro mix elettrico. Praticamente 9 GW all’anno – quando a stento adesso aggiungiamo 1GW all’anno. Solo colpa della lentezza delle autorizzazioni? No, la penetrazione delle rinnovabili è limitata da limiti oggettivi, tra i quali il consumo di suolo, la necessità di un backup per le intermittenti, e talvolta la necessità di adeguare la rete elettrica. La stessa enel, che è diventata il principale produttore di energia rinnovabile, nei suoi piani triennali non va oltre 1 GW di previsione annua. […] Per quanto si possa incrementarne la quota, è impensabile, insomma, che l’energia rinnovabile possa diventare sostitutiva, nella produzione elettrica, del gas importato e cambiare il nostro mix elettrico.   Il nostro sistema energetico italiano è davvero troppo facile, il dialogo sul nucleare in Italia va riaperto. Come? Anzitutto, in una chiave europea. È presumibile che, nei prossimi anni, dovremo aumentare la quota di energia elettrica (oggi il 13,5% del fabbisogno, pari a 42,8 TWh) che importiamo dai Paesi vicini (compreso quella nucleare francese, svizzera o slovena prodotta a meno di 200 km dal nostro confine). Questa quota crescerà: probabilmente, da subito, per ulteriori 800 MW. Adeguare l’interconnessione elettrica è più facile che gestire gasdotti o siti di stoccaggio di gas. Per questo dovremo compensare con maggiore elettricità importata e non più solo con gasdotti e navi metaniere. Questo ci rende molto interessati al destino del nucleare in Europa, che, per i Paesi che vi ricorrono, è la fonte sostitutiva dei fossili, insieme alle rinnovabili, nel mix elettrico. Forse è opportuno, da parte dell’Europa, considerare la generazione elettrica da nucleare non solo una scelta domestica, dei singoli Paesi, ma una risorsa strategica dell’intera UE. Certamente, questo è nell’interesse dell’Italia. Una proposta è stata avanzata dall’Associazione Italiana Nucleare: investire (per esempio come consorzi di utilizzatori) sulle centrali nucleari in costruzione ai nostri confini (che sono tutte potenziamenti, con nuovi impianti, di quelle esistenti). I consorzi si impegnerebbero a investire nelle nuove centrali per quote che potrebbero ritirare, anticipatamente, a prezzo concordato, da quelle già operative, nel periodo intercorrente sino all’entrata in funzione dei nuovi impianti. È lo schema che enel aveva concordato sulla centrale EPR in costruzione di Flamanville. Fu cancellato, insieme al resto, dal referendum del 2011. E qui sentiamo già nelle orecchie la solita obiezione: troppi anni per la costruzione di una centrale. Oltre alla limitata validità di questa affermazione, bisogna dire che anche molte delle misure proposte oggi come soluzioni all’emergenza richiederanno tempi lunghi, in qualche caso fino a dieci anni (cioè quanto servirebbe oggi per costruire una centrale di terza generazione). Addirittura alcune innovazioni (idrogeno, elettrificazione della mobilità) richiederanno tempi anche superiori. Con questo vogliamo intendere che niente ci potrà aiutare? Assolutamente no. Dobbiamo semplicemente essere pragmatici: la transizione energetica per sua natura non può essere immediata, i sistemi energetici hanno per propria natura tempi lunghi di applicazione. Dobbiamo decidere e agire subito per vedere gli effetti tra un ventennio probabilmente. Certamente, quella dei tempi non può ritenersi un’obiezione seria al ritorno del nucleare in Italia.     Questo e molto altro nel nuovo libro di Umberto Minopoli, presidente AIN, nelle librerie e store online dal 26 maggio, disponibile anche su questo link.

Stupore per il parere negativo italiano alla centrale di Krsko

Esprime il nostro stupore nell’apprendere del parere negativo dato dalla commissione tecnica del ministero della Transizione Ecologica al prolungamento dell’attività della centrale nucleare di Krsko in Slovenia. Tale parere non sembra tenere debito conto dell’opinione favorevole espressa dalle organizzazioni e degli enti pubblici che in Italia sono competenti ad esprimere un giudizio tecnico e che sono più direttamente in contatto con gli organi regolatori sloveni ed europei che sovrintendono alla sicurezza degli impianti nucleari. Non possiamo non ricordare, al riguardo, che l’impianto in questione, così come tutti gli impianti in esercizio in Europa, è stato sottoposto, a valle dell’incidente di Fukushima, ad una severa analisi (“stress test”) condotta in modo coordinato tra le varie autorità di sicurezza nazionali secondo le indicazioni dell’Unione Europea. In particolare per l’impianto di Krsko è stato condotto uno studio sismico probabilistico, secondo le più recenti metodologie disponibili, che ha riaggiornato il massimo sisma ipotizzabile sul sito ad un valore di 0,6g di accelerazione al suolo. Su questa base, l’esercente dell’impianto ha avviato un vasto programma di ammodernamento e rafforzamento dei sistemi di sicurezza della centrale. Tra tali interventi, in particolare, vogliamo citare la realizzazione di due sistemi addizionali per il raffreddamento dell’impianto dopo incidente, e del relativo edificio che li ospita, progettati cautelativamente ad un valore di sismicità del 20% superiore. Non può quindi non destare stupore la posizione assunta dall’Italia, che ignora, o peggio smentisce, l’intero approccio seguito dall’Europa per assicurare la massima sicurezza degli impianti nucleari ed il giudizio in più sedi ribadito da esperti indipendenti, sia a livello nazionale che internazionale. Restiamo in attesa di conoscere le motivazioni che verrano fornite, speriamo in tempi rapidi, e che ci vogliamo augurare siano basate su elementi tecnici ulteriori non a nostra conoscenza, unico approccio che ci sembra doveroso seguire in materia di argomenti tanto delicati quali la sicurezza.