AIN in audizione alle commissioni della Camera

Oggi 14 Marzo 2022 alle 15 il Presidente Minopoli ha partecipato in videoconferenza alle audizioni informali dalle commissioni VIII e X della Camera nell’ambito dell’esame del decreto-legge n. 17 del 2022: Misure urgenti per il contenimento dei costi dell’energia elettrica e del gas naturale, per lo sviluppo delle energie rinnovabili e per il rilancio delle politiche industriali. Con grande soddisfazione riportiamo la notizia, sapendo che è solo uno dei passi necessari affinché il nostro Paese e l’Unione Europea tutta si dotino di un piano energetico che possa garantire stabilità nelle forniture e nei prezzi, basso impatto ambientale e sulla salute umana.   Pubblichiamo quindi il testo integrale del nostro intervento Intervento di Umberto Minopoli, Presidente dell’Associazione Italiana Nucleare Il decreto si occupa dell’emergenza, ma intende anche porre le premesse per diversificare efficacemente il nostro sistema energetico, dopo la crisi dei prezzi, quella ucraina e nella prospettiva della transizione energetica. Noi suggeriamo, anche, la richiesta italiana di un recovery plan europeo, specifico, per l’elettricità. Va benissimo l’ipotesi di sganciare i prezzi dell’elettricità da quelli del gas di importazione. Ma deve valere anche per il futuro e, proponiamo, anche per l’energia elettrica europea prodotta da fonte nucleare. Quella esistente e quella in costruzione. Non basta solo diversificare le aree da cui importiamo beni energetici. Occorre anche diversificare le fonti con cui produciamo energia elettrica. E privilegiare le fonti interne. Serve un piano europeo per l’elettricità. Nucleare e rinnovabili rappresentano le fonti che, nel futuro, meglio potranno integrarsi per assicurare un sistema europeo sostenibile, resiliente e che garantisca approvvigionamenti sicuri, indipendenza e ottimizzazione della rete. Il nucleare è già oggi, in Europa, la prima fonte non carbonica nel mix elettrico dell’Unione. Gli investimenti nel nucleare, dunque, vanno considerati un’opportuna scelta europea. L’Italia, che importa energia nucleare per il 14% del suo fabbisogno, deve sostenere la decisione europea di ammettere il gas e il nucleare nella tassonomia delle fonti sostenibili. Le importazioni di energia elettrica dall’Europa, molto probabilmente, dovranno aumentare. Noi proponiamo che questo avvenga in nuove modalità che stabilizzino il prezzo dell’elettricità per famiglie e imprese. La nostra proposta è: partecipare direttamente agli investimenti europei in nuove centrali nucleari. La tassonomia, in questo, aiuta. Pensiamo a consorzi di utilizzatori, o a iniziative di utilities italiane e a filiere industriali nazionali che partecipino alla costruzione delle future centrali europee. Per ritirare energia da quelle centrali a prezzo di produzione e non di importazione. Il modello è l’accordo Enel-Edf del 2009 sulla centrale di Flamanville in Francia. Abortito dopo il referendum del 2011. Come associazione tecnico scientifica non suggeriamo, come fu con l’abbandono del nucleare, scelte emotive di nuove costruzioni nucleari oggi. Ma in una visione strategica di cambio del nostro mix energetico il problema si impone. E le premesse vanno messe. Associazione Italiana Nucleare propone alcune misure: un accordo europeo sull’import elettrico; la partecipazione alle nuove costruzioni nucleari europee, specie quelle ai nostri confini; la partecipazione alle iniziative nucleari europee: non solo ITER e la fusione nucleare (dove siamo protagonisti internazionali) ma anche il sicuro e nuovo nucleare da fissione (terza generazione avanzata, small reactors e quarta generazione); il recupero del mancato inserimento del nucleare nel PNRR inserendo la ricerca nucleare nel sistema ordinario della ricerca (al pari della scelta che il decreto energia indica per l’automotive); il sostegno (l’esempio è la legge che consentì all’Italia di costruire la terza industria aerospaziale europea) le imprese italiane che scelgono di partecipare alle iniziative nelle nuove tecnologie nucleari e in tutte quelle della transizione energetica, attraverso la ricerca, la manifattura o l’ingegneria; la realizzazione, finalmente, del Deposito Nazionale dei rifiuti nucleari.   Grazie per l’opportunità, data oggi, ad una comunità, quella nucleare italiana, che è di tecnici, scienziati, accademici, imprese, ricercatori che rappresentano un punto di forza e prestigio del nostro Paese in Europa e nel mondo.

Draghi e la strategia energetica italiana

La situazione geopolitica, oltre a sollevare qualche preoccupazione per la sicurezza delle centrali attive e di Chernobyl di cui abbiamo parlato qui, ha forti implicazioni sul modo di intendere l’approvvigionamento energetico nel nostro Paese. Condividiamo questo grafico, e più in generale suggeriamo l’analisi di ISPI, che mostra chiaramente la nostra attuale relazione con la Russia. In questi giorni i leader stanno decidendo se includere nelle sanzioni una esclusione della Russia dal sistema Swift, metodo attraverso il quale – tra le altre cose – l’Italia paga il gas importato come ricordato dallo stesso Ministro dell’Economia Franco. Swift è l’acronimo di Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunications, la piattaforma belga che rappresenta al momento lo standard de facto della messaggistica necessaria per trasferimenti di denaro. Qual è quindi la posizione del Presidente del Consiglio? Riportiamo testualmente parte della breve informativa di Draghi alla Camera del 25/02, che ci sembra sintetica e trasparente: “Le sanzioni che abbiamo approvato, e quelle che potremmo approvare in futuro, ci impongono di considerare con grande attenzione l’impatto sulla nostra economia. La maggiore preoccupazione riguarda il settore energetico, che è già stato colpito dai rincari di questi mesi: circa il 45% del gas che importiamo proviene infatti dalla Russia, in aumento del 27% di circa dieci anni fa. Le vicende di questi giorni dimostrano l’imprudenza di non aver diversificato maggiormente le nostre fonti di energia e i nostri fornitori negli ultimi decenni. In Italia, abbiamo ridotto la produzione di gas italiano da 17 miliardi di metri cubi all’anno nel 2000 a circa 3 miliardi di metri cubi nel 2020 – a fronte di un consumo nazionale che è rimasto costante tra i 70 e i 90 miliardi circa di metri cubi. Dobbiamo procedere spediti sul fronte della diversificazione, per superare quanto prima la nostra vulnerabilità e evitare il rischio di crisi future. Il Governo segue in modo costante i flussi di gas, in stretto coordinamento con le istituzioni europee. Abbiamo riunito diverse volte il Comitato di emergenza gas, per regolamentare e analizzare i dati operativi e gli scenari possibili. Gli stoccaggi italiani beneficiano dell’aver avuto, a inizio inverno, una situazione migliore rispetto a quello di altri Paesi europei, anche grazie alla qualità delle nostre infrastrutture. Il livello di riempimento aveva raggiunto il 90% alla fine del mese di ottobre, mentre gli altri Paesi europei erano intorno al 75%. Gli stoccaggi sono stati poi utilizzati a pieno ritmo e nel mese di febbraio hanno raggiunto il livello che hanno generalmente a fine marzo. Questa situazione, che sarebbe stata più grave in assenza di infrastrutture e politiche adeguate, è simile a quella che vivono altri Paesi europei tra cui la Germania. La fine dell’inverno e l’arrivo delle temperature più miti ci permettono di guardare con maggiore fiducia ai prossimi mesi, ma dobbiamo intervenire per migliorare ulteriormente la nostra capacità di stoccaggio per i prossimi anni. L’Italia è impegnata inoltre a spingere l’Unione Europea nella direzione di meccanismi di stoccaggio comune, che aiutino tutti i Paesi a fronteggiare momenti di riduzione temporanea delle forniture. Ci auguriamo che questa crisi possa accelerare finalmente una risposta positiva su questo tema. Il Governo è comunque al lavoro per approntare tutte le misure necessarie per gestire al meglio una possibile crisi energetica. Ci auguriamo che questi piani non siano necessari, ma non possiamo farci trovare impreparati. Le misure di emergenza includono una maggiore flessibilità dei consumi di gas, sospensioni nel settore industriale, e regole sui consumi di gas nel settore termoelettrico, dove pure esistono misure di riduzione del carico. Il Governo è al lavoro inoltre per aumentare le forniture alternative. Intendiamo incrementare il gas naturale liquefatto importato da altre rotte, come gli Stati Uniti. Il Presidente americano, Joe Biden, ha offerto la sua disponibilità a sostenere gli alleati con maggiori rifornimenti, e voglio ringraziarlo per questo. Tuttavia, la nostra capacità di utilizzo è limitata dal numero ridotto di rigassificatori in funzione. Per il futuro, è quanto mai opportuna una riflessione anche su questo punto. Il Governo intende poi lavorare per incrementare i flussi da gasdotti non a pieno carico – come il TAP dall’Azerbaijan, il TransMed dall’Algeria e dalla Tunisia, il GreenStream dalla Libia. Potrebbe essere anche necessaria la riapertura delle centrali a carbone, per colmare eventuali mancanze nell’immediato. Il Governo è pronto a intervenire per calmierare ulteriormente il prezzo dell’energia, ove questo fosse necessario. Per il futuro, la crisi ci obbliga a prestare maggiore attenzione ai rischi geopolitici che pesano sulla nostra politica energetica, e a ridurre la vulnerabilità delle nostre forniture. Voglio ringraziare il Ministro Cingolani per il lavoro che svolge quotidianamente su questo tema così importante per il nostro futuro. Ho parlato del gas, ma sappiamo che la risposta più valida nel lungo periodo sta nel procedere spediti, come stiamo facendo, nella direzione di un maggiore sviluppo delle fonti rinnovabili, anche e soprattutto con una maggiore semplificazione delle procedure per l’installazione degli impianti. A questo proposito vorrei notare che gli ostacoli a una maggiore speditezza su questo percorso non sono tecnici, non sono tecnologici, ma sono solo burocratici. Tuttavia il gas resta essenziale come combustibile di transizione. Dobbiamo rafforzare il corridoio sud, migliorare la nostra capacità di rigassificazione e aumentare la produzione nazionale a scapito delle importazioni. Perché il gas prodotto nel proprio Paese è più gestibile ed è meno caro.” Un ritorno quindi alla fonte energetica più impattante, il carbone, che tra l’altro ci eravamo impegnati ad eliminare alla COP di Glasgow pochi mesi fa. L’aumento delle rinnovabili inoltre non può risolvere la situazione, vista la naturale intermittenza e la non completa elettrificazione del nostro sistema. È possibile che una nazione come la nostra si ritrovi in questa situazione? Non c’è un’alternativa a basse emissioni di CO2 e inquinanti, sicura ed affidabile che possa coprire stabilmente il carico di base? Noi un’idea l’abbiamo.

La decarbonizzazione della Sardegna può attendere

La decarbonizzazione della Sardegna slitta al 2028 per la necessità di realizzare un cavo sottomarino che la colleghi al continente. Il doppio collegamento sottomarino che collegherà Sardegna e Sicilia alla Penisola, denominato Tyrrhenian Link, dovrà essere difatti pienamente operativo prima che le due centrali a carbone sarde, quella di Fiume Santo e quella del Sulcis, che garantiscono insieme circa 1 GW di potenza. Il motivo è presto spiegato: essendo il carbone, assieme al gas, uno degli assi portanti della produzione elettrica dell’isola (la quale vanta il triste primato di regione più “fossile” d’Italia), senza il nuovo collegamento si provocherebbero sbilanciamenti tali da non poter garantire il limite di 3 ore annue di LOLE (Loss of Load Expectation, o perdita di potenza di carico attesa). Inoltre, se il piano di decarbonizzazione prevedesse una maggiore penetrazione di rinnovabili intermittenti (solare ed eolico), il problema di un adeguato collegamento alla rete continentale assumerebbe ancor maggior rilevanza. Il solo collegamento sottomarino è previsto costare 3,7 miliardi di euro, più o meno il costo di 1 GW di potenza nucleare (vedasi Barakah negli Emirati Arabi) e probabilmente un costo maggiore di quello atteso per i reattori modulari di piccola taglia che dovrebbero essere sul mercato tra alcuni anni e che potrebbero sostituire adeguatamente quel 1 GW di potenza dal carbone senza problemi di continuità della fornitura. Viene dunque da chiedersi per quale ragione logica l’opzione nucleare non venga presa neppure in considerazione in Sardegna. Ad eccezione dell’ostinata contrarietà della politica e dell’opinione pubblica sarda a qualsiasi cosa che faccia rima con nucleare, non vi sarebbe ragione alcuna, potendo dei piccoli reattori modulari (magari installati su aree militari dismesse, su siti industriali abbandonati o ancora meglio direttamente al posto degli impianti a carbone) adeguatamente fornire energia a basse emissioni 24 ore su 24 e 365 giorni all’anno, preservando al contempo i posti di lavoro e anzi creandone di nuovi, meglio qualificati e meglio pagati. Non è fantascienza, è la strada intrapresa, tra altri, dalla Romania, Paese evidentemente più avanzato del nostro.

La IAEA lancia un programma di ricerca sui sistemi ibridi nucleare-rinnovabili

L’International Atomic Energy Agency (IAEA) lancia un progetto coordinato di ricerca (CRP) per approfondire il potenziale sinergico di nucleare e rinnovabili. In particolare il progetto triennale si prefigge l’obiettivo di approfondire la conoscenza del ruolo, delle performance e dell’impatto dei sistemi imbridi nucleare-rinnovabili nel supplire alla domanda di energia presente e futura. Se spesso nucleare e rinnovabili sono considerate due scelte antitetiche nella srada verso la decarbonizzazione, il potenziale di una loro combinanzione è in gran parte inesplorato. Allo scopo dunque di preparare la strada verso la commercializzazione di questi sistemi ibridi, il CRP produrrà simulazioni, dati e analisi volti a definire in dettaglio i limiti e le potenzialità tecniche di questo accoppiamento sia per qanto riguarda le tecnologie esistenti che per quanto attiene i reattori di futura commercializzazione. Il progetto, inizio previsto nel gennaio 2022, finanzierà contratti di ricerca di vario livello a favore degli istituti di ricerca coinvolti, purché situati in Stati membri della IAEA. Le proposte di ricerca possono essere sottomesse fino al 1 ottobre 2021 da enti di ricerca che abbiano programmi di ricerca attivi in energie rinnovabili o tecnologie nucleari. Per maggiori informazioni consultare il bando ufficiale.

La IEA vede crescere il nucleare e le rinnovabili nel suo Outlook 2020

E’ stato pubblicato il 13 ottobre ed ha avuto una certa risonanza nei media nostrani l’Energy Outlook 2020 della International Energy Agency (IEA). A trarre l’attenzione dei media generalisti il dato secondo il quale l’agenzia vede il solare trainare la crescita della nuova capacità elettrica al 2030, rappresentando, nello scenario SDS (Sustainable Development Scenario), l’80% della nuova capacità. Quello che i media non riportano, anche perché la voce nucleare nel rapporto esecutivo è “mascherata” sotto la voce other low-carbon sources, è che lo stesso scenario prevede una crescita di poco inferiore per il nucleare (in termini di elettricità addizionale prodotta parliamo di 6700 TWh contro 8100 TWh di solare, al 2030), pari ad un aggiunta di 140 GW di nuova capacità (al 2030) che dovrebbero portare la capacità nucleare globale a 599 GW nel 2040. Per dare la misura di quanto ambizioso sia questo scenario ne citiamo integralmente la descrizione: “a surge in clean energy policies and investment puts the energy system on track to achieve sustainable energy objectives in full, including the Paris Agreement, energy access and air quality goals”. Eh sì, perché servirebbe proprio uno tsunami sulle politiche energetiche e sui meccanismi di incentivo per far si che questa crescita nella capacità nucleare si avveri. Tanto per intenderci, l’attuale capacità installata è poco superiore ai 390 GW, e ci sono reattori in costruzione per altri 54 GW[1]. Si tratterebbe quindi di avviare, più o meno domani, progetti nucleari per altri 86 GW, mantenendo in operatività tutte le centrali oggi in funzione. Raggiungere i 599 GW al 2040 richiederebbe uno sforzo ancor maggiore. Certo non impossibile, se la capacità nucleare in tutte le regioni del globo crescesse al ritmo dell’Est asiatico e dell’Asia Meridionale-Medio Oriente, che guidano la classifica con rispettivamente 21 e 15 GW di capacità in costruzione. Nelle Americhe, però, di nucleare non se ne aggiunge virtualmente più. L’Africa, inoltre, sta muovendo i primi passi nel nucleare, per lo più grazie a Russia e Cina. Un certo impulso potrebbe venire dai nuovi reattori modulari (SMR), ma non illudiamoci che basti. I grandi progetti nucleari saranno ancora necessari per avverare questi scenari, e per renderli fattibili serve un approccio completamente differente nella politica energetica, totalmente appiattita sulle rinnovabili, e della regolamentazione del nucleare, troppo disomogenea a livello globale. [1] https://pris.iaea.org/pris/