La Commissione ha votato: Nucleare in Tassonomia

Lo scorso 2 febbraio la Commissione Europea ha approvato l’atto delegato Taxonomy Complementary Climate che include, sotto specifiche condizioni, anche nucleare e gas. Dopo la traduzione in tutte le lingue ufficiali, verrà trasmesso al Parlamento e al Consiglio Europeo che avranno 4 mesi (con una possibile proroga di altri 2 mesi) per analizzarlo. Per bocciare il provvedimento, come per tutti gli altri atti, al Parlamento sarà necessaria la maggioranza semplice (353 parlamentari) e al Consiglio almeno 20 Stati membri (72%) che rappresentino almeno il 65% della popolazione. Se non sarà rifiutato, entrerà in vigore il 1 gennaio 2023.   Ma facciamo un passo indietro. La Tassonomia rientra nell’European Green Deal, la strategia di crescita che punta a migliorare il benessere e la salute dei cittadini, rendere l’Europa climaticamente neutrale entro il 2050 e proteggere, conservare e migliorare il patrimonio naturale e la biodiversità. Per raggiungere questi obiettivi saranno necessari molti investimenti privati: la tassonomia ha proprio l’obiettivo di guidarli, creare un linguaggio comune per identificare progetti e attività economiche che abbiano un sostanziale impatto positivo sul clima e l’ambiente. La classificazione definita nella Tassonomia non determina se una data tecnologia sarà parte o no del mix energetico degli Stati membri, ma ha l’obiettivo di guidare la transizione indicando tutte le possibili soluzioni che abbiano una dimostrata base scientifica.   Naturalmente la notizia è stata accolta da perplessità, per usare un eufemismo, da molti media ed esponenti politici. A rispondere indirettamente è la Commissaria UE alla finanza sostenibile, Mairead McGuinness: “Gli Stati membri restano pienamente responsabili delle proprie strategie energetiche”. La tassonomia “non rende obbligatori investimenti in alcuni settori” né “proibisce certi investimenti”. Resta perciò “Uno strumento volontario”. L’atto delegato “può essere imperfetto ma è una vera soluzione che ci spinge ulteriormente verso il nostro obiettivo finale di neutralità del carbonio, credo che abbiamo trovato un equilibrio tra opinioni molto differenti”, assicurando che “il Collegio dei Commissari lo ha approvato esprimendo un sostegno schiacciante”. “Oggi dobbiamo accettare delle soluzioni imperfette” per accelerare la decarbonizzazione perché “abbiamo solo 30 anni”. La Tassonomia sarà “forse imperfetta, ma è una soluzione reale”.   Per quanto riguarda l’energia nucleare, sono ammessi i progetti realizzati entro il 2045 per cui si dimostri di avere un piano operativo di smaltimento delle rifiuti ad alta attività operativo entro il 2050 -oltre a modalità attive di gestione e smaltimento dei rifiuti radioattivi a bassa e media attività. Naturalmente a condizione che si rispettino i più alti standard di sicurezza, imposti dai trattati internazionali – come del resto è già previsto. Sulla questione dei rifiuti radioattivi “vogliamo sottolineare – ha spiegato Mairead McGuinness – che vi è una clausola di revisione, perché questo è un documento vivente: ogni tre anni dovremo esaminare i criteri quando parliamo della migliore tecnologia disponibile che è probabile che si evolva nel tempo quando si tratta di rifiuti”. In Tassonomia viene anche esplicitata la necessità per i nuovi progetti di utilizzare combustibile resistente agli icidenti (ATF Accident Tolerant Fuel) e che le emissioni di gas serra per l’intero ciclo di vita debbano essere inferiori a 100g CO2e/kWh – soglia che non desta grandi preoccupazioni.   In definitiva – finalmente – all’energia nucleare viene riconosciuto il merito: una fonte affidabile, sicura, pulita che nelle previsioni della Commissione rimarrà parte del nostro mix energetico ben oltre il 2050.   Che ne pensate? È un passo nella giusta direzione?

Il nucleare contro la crisi climatica? Prospettive e possibili strategie – intervista di Icona Clima

Condividiamo l’intervista a cura di Silvia Turci al nostro socio Marco Ripani, dirigente di ricerca dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, per Icona Clima. Buona lettura! Negli ultimi mesi la conversazione sul nucleare sta tornando più accesa che mai, ma l’opinione pubblica resta divisa: per alcuni l’energia derivante da centrali nucleari potrebbe essere una alternativa fattibile per compiere la transizione energetica, per altri il nucleare resta una soluzione troppo rischiosa, costosa e tutt’altro che sostenibile. Per approfondire il funzionamento delle centrali, le nuove tecnologie in via di sperimentazione, le alternative attuali e le prospettive del settore energetico, abbiamo fatto qualche domanda al Dirigente di ricerca dell’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), il Dott. Marco Ripani. La Commissione Europea ha recentemente proposto di far entrare il nucleare nella tassonomia energetica dell’UE perché potrebbe “facilitare la transizione verso un futuro basato principalmente sull’energia rinnovabile”. Secondo lei l’energia nucleare dovrebbe essere considerata una buona opzione per la transizione energetica? Sì, senz’altro. Tutto dipende sempre dagli obiettivi che ci si pone, e da quanto in realtà si riesca a mettere in atto misure tali da raggiungere quegli obiettivi. Si fanno spesso proiezioni sul futuro che però hanno ampi margini di incertezza perché poi bisogna vedere in pratica cosa uno riesce a fare. Sicuramente ci sono una serie di organizzazioni che ritengono che si possa raggiungere rapidamente entro una certa data la neutralità climatica utilizzando ad esempio le energie rinnovabili. Questa strategia, secondo alcune valutazioni, richiede uno sforzo gigantesco: si tratta di aumentare la produzione di energia rinnovabili di fattori importanti. Questo ci porta a ragionare sul fatto che si tratta di proiezioni e obiettivi. Ma saranno realistici? Io ritengo che gli obiettivi che ci siamo dati sono estremamente ambiziosi e anche nella comunità tecnico scientifica ci sono forti dubbi che si riesca a raggiungere la neutralità climatica entro date così stringenti, utilizzando soltanto le rinnovabili. E’ assodato che l’energia nucleare è un’energia quasi a emissioni zero, confrontabile con quella derivante da vento e sole. Dipende dai tempi, e bisogna avere chiaro di cosa si sta parlando: se parliamo di installare nuovi impianti bisogna tenere presente che le tempistiche per costruire un impianto di generazione attuale richiedono alcuni anni. In Europa e negli Stati Uniti purtroppo stiamo assistendo a tempi estremamente lunghi: oltre dieci anni. E questo dipende da una serie di fattori: si tratta di impianti nuovi, mai costruiti prima: nel costruirli si sono presentati problemi non preventivati e che vanno affrontati. Il nucleare inoltre è soggetto, più di molte altre fonti, a ispezioni e regolamentazioni molto stringenti. Si fa per la sicurezza, ovviamente, ed è per questo che i tempi si dilatano. Tassonomia UE: la transizione verde apre al nucleare? Quale potrebbe essere la strategia migliore? Sarebbe più rapido prolungare la vita degli impianti già esistenti. Da una parte sarebbe necessario salvaguardare gli impianti già esistenti, prolungandone la vita. Gli impianti nucleari ricevono una autorizzazione, la cosiddetta licenza, che dura un tot di anni, e viene rinnovata. Nella maggior parte dei casi si parla di una quarantina d’anni, ma recentemente, in diversi Paesi e in particolare negli Stati Uniti, si è deciso di considerare il prolungamento della vita fino a 60-80 anni. Questo viene fatto dopo ispezioni, sostituzioni di parti usurate eccetera, ma è un processo più rapido di quello necessario per sostituire un nuovo impianto. Questo è già stato fatto, in molti casi, e quindi permette di utilizzare impianti già esistenti, aggiornandone lo stato e i sistemi di sicurezza, e prolungandone la vita. Quello che a mio parere non bisogna fare è spegnere in anticipo gli impianti. Bisognerebbe invece tenere e aggiornare quelli esistenti e programmare la costruzione di nuovi impianti. Gli impianti di nuova costruzione oggi si trovano tutti in Paesi considerati in via di sviluppo: ce ne sono molti in Cina, qualcuno in Russia, e gli Emirati Arabi hanno costruito il loro primo impianto. In Cina i tempi di costruzione sono particolarmente rapidi, nell’ordini di 5-6 anni. Nell’occidente la costruzione di impianti nuovi richiede circa 10 anni. Per questo bisogna decidere oggi. Ci sono gli impianti di nuova generazione, di varie tipologie, che richiedono tempi forse ancora più lunghi. I reattori piccoli, modulari, sono ancora in corso di procedure autorizzative: per loro magari i tempi di costruzione potrebbero essere più veloci, ma prima bisogna arrivare a dei modelli approvati. Gli impianti di quarta generazione sono, invece, impianti grossi su cui c’è molta attività di ricerca e sviluppo. Ce ne sono un paio in funzione in Russia, ma per una approvazione servirà qualche anno. I tempi di ricerca e sviluppo si potrebbero accelerare: recentemente Europa e Stati Uniti hanno investito sempre meno nella ricerca sul nucleare. E purtroppo il nucleare non è un tipo di industria dove si più fare “stop-and-go”. Con uno stop al nucleare i giovani non vanno più a studiare ingegneria nucleare, le competenze svaniscono, la gente va in pensione. Non si può ripartire con uno schiocco delle dita. E’ tutta una questione di programmazione che è estremamente importante. Quali sono le alternative oggi per quanto riguarda gli impianti nucleari e la gestione delle scorie radioattive?  Semplificando, i reattori nucleari attuali a fissione funzionano praticamente quasi tutti con raffreddamento ad acqua e moderazione. Dalla reazione di fissione si liberano dei neutroni, che a loro volta causano altre fissioni in una reazione a catena che, tenuta sotto controllo, tiene il reattore acceso. I neutroni sono molto efficaci nel produrre la fissione se vengono rallentati. I neutroni che escono dal processo di fissione quando il nucleo viene disintegrato, sono molto veloci. Rallentandoli, facendoli attraversare mezzi leggeri come acqua o grafite, sono molto efficaci nel produrre altre reazioni di fissione. Questo processo ha però degli svantaggi: i neutroni, rallentati, producono un certo tipo di rifiuti nucleari radioattivi, e molti di questi hanno una vita molto lunga. La maggior parte delle scorie che derivano dalla reazione, i cosiddetti frammenti di fissione (cesio, stronzio), hanno vite abbastanza brevi, ossia dell’ordine di qualche decina d’anni. La loro radioattività quindi sparisce in circa un centinaio d’anni. I depositi costruiti per ospitare questo tipo di rifiuto, infatti, di solito è pensato per durare…

Call for Papers, European Research Reactor Conference (RRFM) 2022

La European Research Reactor Conference (RRFM) di quest’anno si terrà tra il 14 e il 17 Giugno 2022 a Budapest, Ungheria, e riunisce reattori di ricerca di tutte le potenze, critici e sottocritici, e collaborazioni con prototipi di SMR. Possono essere presentate candidature per presentazioni orali e poster su: ciclo del combustibile, utilizzo dei reattori, metodi innovativi in fisica del reattore e termoidraulica, nuovi progetti di reattori di ricerca, operation&maintenance e ageing management, safety&security, decommissioning e smantellamento e gestione del rifiuto. La scadenza per la presentazione degli abstract è il 18 Marzo, per maggiori informazioni è possibile visitare questo link.  

I rifiuti radioattivi sono un’opportunità

Pubblichiamo una lettera aperta del prof. Renato Angelo Ricci, Presidente Onorario della Società Italiana di Fisica, e Umberto Minopoli, Presidente di Associazione Italiana Nucleare, in merito all’opportunità rappresentata dalla costruzione del Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi. La lettera è stata ripresa da diversi organi di stampa, quali i quotidiani la Repubblica e La Stampa. L’attività nucleare, lo sfruttamento a fini utili della radioattività di alcuni elementi atomici, è un perfetto esempio di “economia circolare” sia nei  suoi  usi energetici  (centrali  nucleari), sia in  quelli  sanitari (diagnosi e cura), industriali e di ricerca, che stanno assumendo un peso crescente nelle società avanzate. Lo sfruttamento utile delle proprietà radioattive di alcuni isotopi (non solo l’uranio) prevede, infatti, la chiusura perfetta del ciclo di impiego dell’elemento: sfruttamento come combustibile, riutilizzo e ricircolo del residuo ancora sfruttabile, trattamento per ridurre i volumi del residuo, decontaminazione delle parti che possono essere rilasciate in sicurezza, sistemazione dei residui non rilasciabili e non più utilizzabili che figurano a questo punto come “rifiuto finale” (scoria), che deve essere stoccato in sicurezza. In linguaggio nucleare, significa: garantire la totale separazione e assenza di impatto tra la radioattività residua (si chiama attività) dei rifiuti e le cose, le persone e l’ambiente. Questa separazione  avviene confinando il rifiuto entro “barriere” impermeabili: ben 5 (metallica, calcestruzzo, ingegneristica, cella di deposito,  sigillo  artificiale, collina di copertura) per i rifiuti a più bassa attività, che sono la gran parte. Queste barriere (deposito di superfice) sono progettate e costruite per garantire da ogni infiltrazione o rilascio (fosse pure solo teorico) per 350 anni. E’ il tempo sufficiente perché la radioattività si esaurisca del tutto. Per quella parte di rifiuto (volumi molto ridotti) che decade (perde radioattività) in un numero maggiore di anni, si utilizza il confinamento geologico (barriera naturale), entro formazioni che garantiscono l’impermeabilità per migliaia di anni. La cosa che pochi sanno, data la prevenuta e distorta informazione – specie in Italia – sulle attività nucleari, è che queste tecniche di “deposito” e sistemazione dei rifiuti sono, ormai, soluzioni consolidate, standardizzate, praticate da tempo, e senza alcuna evidenza di rischio, nella totalità dei Paesi che praticano l’attività nucleare civile. Nel mondo, i depositi nucleari (di superfice o di profondità) sono ormai centinaia. In Europa i depositi sono più di 30. Moltissimi Paesi europei ne hanno più di uno (anche due o tre). In alcuni Paesi l’investimento del deposito è diventato, per la comunità che lo accoglie, un potente fattore propulsivo di sviluppo economico, occupazionale, tecnologico e, perfino, turistico. Il pregiudizio antinucleare trascura  un  punto chiave: gli utilizzi energetici della radioattività non sono, ormai, quelli esclusivi. Prendiamo l’Italia: chi avrebbe scommesso sul fatto che oltre il 40% dei 96.000 metri cubi di rifiuti nucleari, da sistemare nel futuro deposito nazionale, provengono dagli utilizzi sanitari (diagnostica, terapie oncologiche, produzione di farmaci), la gran parte, e di altra natura. Le tecnologie nucleari e lo sfruttamento delle proprietà degli isotopi radioattivi hanno un ruolo crescente, sempre più pervasivo nelle società avanzate. Il confinamento del rifiuto, per impedirne ogni tipo di contatto con la biosfera, è la peculiarità dell’attività nucleare civile, che la differenzia da ogni altro tipo di industria o di attività che emette inquinanti chimici (spesso veleni che si fissano nell’ambiente) e che non “chiude” il ciclo del rifiuto prodotto con la cattura e l’isolamento del rifiuto. Come fa, invece, in modo pressoché unico, l’attività nucleare. Invitiamo, infine, politici, amministratori e autorità locali ad una minore miopia sulle opportunità del “deposito nucleare”. Se si analizza la legge istitutiva, si capisce che, oltre alle informazioni sui requisiti di sicurezza, sui vantaggi competitivi per i territori, sugli incentivi, c’è un altro fattore che dovrebbe allettare un amministratore intelligente: la consultazione e la  verifica di fattibilità della localizzazione, anche al di là del suo esito finale, consente ad un’area territoriale, comune o regione una indagine dettagliata, una fotografia aggiornata della realtà del suo ambiente, del sottosuolo, delle orografia, dell’incidenza dei fattori naturali o antropici. Una grande opportunità.

Deposito Nazionale: pubblicata la CNAPI

E’ stata pubblicata nella notte la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI) ad ospitare il Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi. Più volte annunciata fin dal 2015, la pubblicazione era sempre slittata per decisione politica, fino ai giorni scorsi, in cui quello che pareva essere l’ennesimo annuncio del Ministero dell’Ambiente ha finalmente portato a compimento una parte dell’iter di individuazione del sito per lo stoccaggio in sicurezza dei rifiuti radioattivi. Con la pubblicazione della CNAPI si apre una consultazione pubblica della durata di 60 giorni, tramite la quale i soggetti portatori di interesse potranno esprimere osservazioni e rilievi. La consultazione pubblica culminerà in un Seminario Nazionale con l’obiettivo di portare alla redazione della Carta Nazionale delle Aree Idonee (CNAI), la mappa definitiva delle località tra le quali, idealmente con il consenso delle comunità e amministrazioni locali interessate, verrà scelto il sito del Deposito Nazionale. Da quel momento, ci vorranno 4 anni per la costruzione del Deposito. E’ bene ricordare che il Deposito Nazionale non è una discarica, ma un deposito di superficie ad alto contenuto tecnologico, progettato e costruito secondo criteri ambientali e di sicurezza all’avanguardia. Nel Deposito, che occuperà 110 ettari di cui 40 destinati ad un parco scientifico-tecnologico, troveranno posto tutti i rifiuti radioattivi prodotti in Italia in passato e nei prossimi 50 anni. Di questi 78 mila metri cubi saranno rifiuti a molto bassa e bassa attività (33 mila già prodotti e 45 mila prodotti in futuro), provenienti dallo smantellamento degli impianti nucleari, dall’industria, dalla ricerca e dal settore sanitario. Altri 17 mila metri cubi saranno invece rifiuti a media ed alta attività, di cui 400 metri cubi derivanti dal combustibile nucleare esausto (riprocessato all’estero o non riprocessabile). Per maggiori informazioni e approfondimenti invitiamo a consultare il sito del Deposito Nazionale.