Sogin pubblica le osservazioni sulla CNAPI

Sogin ha pubblicato sul sito depositonazionale.it le osservazioni e le proposte tecniche pervenute sulla CNAPI, la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee, pubblicata il 5 gennaio scorso assieme al Progetto preliminare del Deposito Nazionale e Parco Tecnologico (DNPT) e tutti i documenti correlati, dopo aver ricevuto il nulla osta dai Ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (oggi Ministero della Transizione Ecologica). Complessivamente sono state pubblicate 320 osservazioni e proposte tecniche, per oltre 20.000 pagine costituite da atti, documenti, studi, relazioni tecniche e cartografie. Questa prima fase della consultazione, chiusa il 5 luglio, ha visto contributi provenienti da Enti locali (47%); associazioni, comitati, ordini professionali e scuole (28%); privati cittadini (19%); piccole aziende (5%) e dalle Soprintendenze del Ministero della Cultura (1%). A questa fase della consultazione hanno partecipato anche Associazione Italiana Nucleare, che ha inviato le proprie osservazioni tecniche, e la AIN – Young Generation in Nuclear, che ha redatto una proposta organica per il Deposito Nazionale e Parco Tecnologico. Le osservazioni e le proposte tecniche saranno discusse nel corso del Seminario Nazionale, previsto in autunno. Per approfondire: https://www.sogin.it/it/media/news/cnapi-sogin-pubblica-le-osservazioni-sul-sito-depositonazionale-it.html

Il Parlamento prova a complicare l’iter verso il deposito nazionale

Proprio quando l’indignazione pubblica seguita alla pubblicazione della CNAPI (la Carta delle Aree potenzialmente Idonee per la localizzazione del Deposito Nazionale dei Rifiuti radioattivi) si era in qualche modo sopita, in seguito all’approvazione, col decreto Milleproroghe, dell’allungamento dei termini temporali della consultazione pubblica, ecco che il 13 Aprile scorso la Camera ha approvato a larghissima maggioranza una Mozione unica sull’individuazione del sito per il Deposito nazionale scorie radioattive. Il testo della mozione effettivamente approvata non siamo riusciti a reperirlo, ma da quello che trapela dalla stampa, e dalle svariate mozioni allegate agli atti della seduta, si evince un capolavoro di “exit strategy” con il quale i rappresentanti dei territori coinvolti, dando sfogo al peggio della sindrome NIMBY (non nel mio giardino) e del campanilismo elettorale, intendono allontanare lo “spettro” del deposito dal proprio bacino di voti. Sia chiaro, una mozione in quanto tale può lasciare il tempo che trova, il Governo può benissimo ignorarla, ma esaminarne i contenuti fornisce una chiara idea di come la politica italiana sia lungi dal fare l’interesse pubblico, inteso come ciò che è più giusto per tutti e non ciò che è più conveniente elettoralmente. Tra le svariate richieste, alcune condivisibili, come la già menzionata proroga dei tempi di consultazione, i maggiori sforzo di comunicazione e l’incremento della dotazione economica e di personale dell’ISIN (Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare e la Radioprotezione), vi è infatti la richiesta di aggiungere nuovi parametri di esclusione totalmente arbitrari, al solo fine, neppure troppo nascosto a vedere i commenti entusiasti dei parlamentari proponenti sulla stampa – di scongiurare la scelta di determinate aree. Ad esempio, l’esclusione delle aree che insistono in comuni inclusi nelle liste del patrimonio UNESCO e dei comuni loro limitrofi, oppure l’introduzione tra i criteri di esclusione dello stress ambientale, che toglierebbe dalla competizione tutti i siti insistenti a meno di 20 km da altri siti industriali, centrali elettriche, discariche, etc. Di tenore contrario, ma parimenti opportunistica, la richiesta di accettare le auto-candidature di comuni non inclusi nella CNAPI ma che ne rispettino i requisiti, evidentemente un ossimoro in sé (salvo improbabili e marginali errori, tutte le aree potenzialmente idonee sono già incluse nella CNAPI). E’ bene ricordare infatti che la gestazione della CNAPI ha impiegato oltre un decennio, e i criteri che ne hanno determinato la redazione, improntati alla più rigorosa prassi internazionale in materia, sono stati determinati già nel 2014, dalla ben nota Guida tecnica n. 29 dell’ISPRA. Sono 28 criteri, tra quelli di esclusione e quelli di approfondimento, applicati in base a requisiti oggettivi e non frutto di alchimie, in quanto tali più volte verificati e aggiornati da SOGIN e validati da ISIN quale ente di controllo. Rimettere in discussione la CNAPI è quindi voler far saltare il tavolo. Eppure la rapida individuazione di un sito per il Deposito Nazionale è un interesse prioritario per tutti: in primo luogo per quelle comunità che oggi ospitano i depositi temporanei (e che malauguratamente per loro sono spesso le stesse che si oppongono al Deposito), in quanto questi non sono effettivamente adeguati, dal punto di vista della sicurezza, allo stoccaggio a lungo termine; in secondo luogo per tutto il Paese, in quanto il Deposito è un’opera di civiltà, di positive ricadute economiche e di innovazione, e ogni ritardo nella sua realizzazione ha un costo economico (sanzioni economiche UE e differimento del decommissioning nucleare). Spiace constatare che anche quei parlamentari i quali hanno avuto modo, visitando i siti già esistenti all’estero, di rendersi conto dell’assoluta sicurezza e valore tecnologico e sociale di questi siti, siano poi inclini in Parlamento al peggiore provincialismo e corporativismo localistico, tendendo a far procrastinare l’applicazione dei provvedimenti di legge invece che adoperarsi per spiegarli ai propri elettori e amministrati. L’iter per l’individuazione del Deposito Nazionale, se pur perfettibile in molti aspetti, è tra i più innovativi mai proposti per la localizzazione di un’infrastruttura che in altri Paesi ha visto le comunità locali contendere per averla, piuttosto che per non averla. Se lo faremo fallire – ben inteso con l’esito, scontato perché previsto dalla legge e dalle Direttive europee, di una localizzazione forzata dall’alto – sarà l’ennesima prova dell’inadeguatezza della nostra politica e del senso civico della Nazione.

I rifiuti radioattivi sono un’opportunità

Pubblichiamo una lettera aperta del prof. Renato Angelo Ricci, Presidente Onorario della Società Italiana di Fisica, e Umberto Minopoli, Presidente di Associazione Italiana Nucleare, in merito all’opportunità rappresentata dalla costruzione del Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi. La lettera è stata ripresa da diversi organi di stampa, quali i quotidiani la Repubblica e La Stampa. L’attività nucleare, lo sfruttamento a fini utili della radioattività di alcuni elementi atomici, è un perfetto esempio di “economia circolare” sia nei  suoi  usi energetici  (centrali  nucleari), sia in  quelli  sanitari (diagnosi e cura), industriali e di ricerca, che stanno assumendo un peso crescente nelle società avanzate. Lo sfruttamento utile delle proprietà radioattive di alcuni isotopi (non solo l’uranio) prevede, infatti, la chiusura perfetta del ciclo di impiego dell’elemento: sfruttamento come combustibile, riutilizzo e ricircolo del residuo ancora sfruttabile, trattamento per ridurre i volumi del residuo, decontaminazione delle parti che possono essere rilasciate in sicurezza, sistemazione dei residui non rilasciabili e non più utilizzabili che figurano a questo punto come “rifiuto finale” (scoria), che deve essere stoccato in sicurezza. In linguaggio nucleare, significa: garantire la totale separazione e assenza di impatto tra la radioattività residua (si chiama attività) dei rifiuti e le cose, le persone e l’ambiente. Questa separazione  avviene confinando il rifiuto entro “barriere” impermeabili: ben 5 (metallica, calcestruzzo, ingegneristica, cella di deposito,  sigillo  artificiale, collina di copertura) per i rifiuti a più bassa attività, che sono la gran parte. Queste barriere (deposito di superfice) sono progettate e costruite per garantire da ogni infiltrazione o rilascio (fosse pure solo teorico) per 350 anni. E’ il tempo sufficiente perché la radioattività si esaurisca del tutto. Per quella parte di rifiuto (volumi molto ridotti) che decade (perde radioattività) in un numero maggiore di anni, si utilizza il confinamento geologico (barriera naturale), entro formazioni che garantiscono l’impermeabilità per migliaia di anni. La cosa che pochi sanno, data la prevenuta e distorta informazione – specie in Italia – sulle attività nucleari, è che queste tecniche di “deposito” e sistemazione dei rifiuti sono, ormai, soluzioni consolidate, standardizzate, praticate da tempo, e senza alcuna evidenza di rischio, nella totalità dei Paesi che praticano l’attività nucleare civile. Nel mondo, i depositi nucleari (di superfice o di profondità) sono ormai centinaia. In Europa i depositi sono più di 30. Moltissimi Paesi europei ne hanno più di uno (anche due o tre). In alcuni Paesi l’investimento del deposito è diventato, per la comunità che lo accoglie, un potente fattore propulsivo di sviluppo economico, occupazionale, tecnologico e, perfino, turistico. Il pregiudizio antinucleare trascura  un  punto chiave: gli utilizzi energetici della radioattività non sono, ormai, quelli esclusivi. Prendiamo l’Italia: chi avrebbe scommesso sul fatto che oltre il 40% dei 96.000 metri cubi di rifiuti nucleari, da sistemare nel futuro deposito nazionale, provengono dagli utilizzi sanitari (diagnostica, terapie oncologiche, produzione di farmaci), la gran parte, e di altra natura. Le tecnologie nucleari e lo sfruttamento delle proprietà degli isotopi radioattivi hanno un ruolo crescente, sempre più pervasivo nelle società avanzate. Il confinamento del rifiuto, per impedirne ogni tipo di contatto con la biosfera, è la peculiarità dell’attività nucleare civile, che la differenzia da ogni altro tipo di industria o di attività che emette inquinanti chimici (spesso veleni che si fissano nell’ambiente) e che non “chiude” il ciclo del rifiuto prodotto con la cattura e l’isolamento del rifiuto. Come fa, invece, in modo pressoché unico, l’attività nucleare. Invitiamo, infine, politici, amministratori e autorità locali ad una minore miopia sulle opportunità del “deposito nucleare”. Se si analizza la legge istitutiva, si capisce che, oltre alle informazioni sui requisiti di sicurezza, sui vantaggi competitivi per i territori, sugli incentivi, c’è un altro fattore che dovrebbe allettare un amministratore intelligente: la consultazione e la  verifica di fattibilità della localizzazione, anche al di là del suo esito finale, consente ad un’area territoriale, comune o regione una indagine dettagliata, una fotografia aggiornata della realtà del suo ambiente, del sottosuolo, delle orografia, dell’incidenza dei fattori naturali o antropici. Una grande opportunità.

Deposito Nazionale: pubblicata la CNAPI

E’ stata pubblicata nella notte la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI) ad ospitare il Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi. Più volte annunciata fin dal 2015, la pubblicazione era sempre slittata per decisione politica, fino ai giorni scorsi, in cui quello che pareva essere l’ennesimo annuncio del Ministero dell’Ambiente ha finalmente portato a compimento una parte dell’iter di individuazione del sito per lo stoccaggio in sicurezza dei rifiuti radioattivi. Con la pubblicazione della CNAPI si apre una consultazione pubblica della durata di 60 giorni, tramite la quale i soggetti portatori di interesse potranno esprimere osservazioni e rilievi. La consultazione pubblica culminerà in un Seminario Nazionale con l’obiettivo di portare alla redazione della Carta Nazionale delle Aree Idonee (CNAI), la mappa definitiva delle località tra le quali, idealmente con il consenso delle comunità e amministrazioni locali interessate, verrà scelto il sito del Deposito Nazionale. Da quel momento, ci vorranno 4 anni per la costruzione del Deposito. E’ bene ricordare che il Deposito Nazionale non è una discarica, ma un deposito di superficie ad alto contenuto tecnologico, progettato e costruito secondo criteri ambientali e di sicurezza all’avanguardia. Nel Deposito, che occuperà 110 ettari di cui 40 destinati ad un parco scientifico-tecnologico, troveranno posto tutti i rifiuti radioattivi prodotti in Italia in passato e nei prossimi 50 anni. Di questi 78 mila metri cubi saranno rifiuti a molto bassa e bassa attività (33 mila già prodotti e 45 mila prodotti in futuro), provenienti dallo smantellamento degli impianti nucleari, dall’industria, dalla ricerca e dal settore sanitario. Altri 17 mila metri cubi saranno invece rifiuti a media ed alta attività, di cui 400 metri cubi derivanti dal combustibile nucleare esausto (riprocessato all’estero o non riprocessabile). Per maggiori informazioni e approfondimenti invitiamo a consultare il sito del Deposito Nazionale.