IEA: nel 2025 il nucleare avrà costi altamente competitivi

Un nuovo rapporto curato congiuntamente dall’International Energy Agency (IEA) e dalla Nuclear Energy Agency (NEA) e che analizza i costi prospettici della produzione di elettricità al 2025, posiziona il nucleare tra le fonti a basse emissioni più competitive dal punto di vista economico. Inoltre, le centrali nucleari esistenti per le quali viene estesa la licenza di operatività a 10 o 20 anni risultano le fonti di produzione di elettricità meno costose in assoluto. Il rapporto, che raccoglie i dati inviati da diversi Paesi su base volontaria (a questa edizione contribuiscono i dati di 243 centrali di 24 diversi Paesi), viene rilasciato ogni 5 anni. Tradizionalmente, le varie fonti di energia vengono confrontate sulla base del loro Levelized Cost of Energy (LCOE). In questa edizione inoltre gli autori hanno voluto spingersi oltre, analizzando anche costi non inclusi nell’LCOE, quali i costi di sistema della produzione rinnovabile intermittente. Nell’insieme, il rapporto mostra come l’energia a basse emissioni stia divenendo sempre più competitiva rispetto ai combustibili fossili. Benché sussistano ampie differenze geografiche, questo dato è comune alla gran parte del campione analizzato. Tra le rinnovabili, la maggiore riduzione dei costi rispetto al 2015 si osserva per l’eolico off-shore, ormai ampiamente sotto i 100$/MWh. Tuttavia, l’introduzione del Value adjusted Levelized Cost of Energy (VALCOE) conferma un dato già noto, ovvero che la competitività delle rinnovabili diminuisce quando il loro peso nel mix elettrico supera una certa soglia, a causa dei maggiori costi di sistema. Anche il nucleare mostra costi in calo rispetto al 2015, almeno per quanto riguarda le nuove costruzioni di concetti NOAK (nth-of-a-kind), vale a dire di design già collaudati. Si conferma anche in questo caso la variabilità regionale (si va da LCOE pari a 48$/MWh in India ad 87$/MWh in Giappone). La fonte nucleare (LCOE mediano a 69$/MWh) è in prospettiva più conveniente del carbone (88$/MWh) e agli stessi livelli del gas a ciclo combinato (71$/MWh), il cui LCOE dipende molto dalla variabilità del prezzo del gas e delle emissioni a livello regionale. Tuttavia, il prolungamento della vita delle centrali esistenti rende l’energia elettrica da esse prodotta quella con i costi più bassi in assoluto (32$/MWh), anche in caso di capacity factor (ovvero ore annue di utilizzo) ridotto in reti ad alta penetrazione di rinnovabili intermittenti. Per quanto riguarda le tecnologie di sequestro delle emissioni di cui potrebbero beneficiare i combustibili fossili, queste restano non competitive fintanto che il prezzo delle emissioni si mantiene sui livelli attuali (30$ per tonnellata di CO2). Ovviamente, il calcolo dell’LCOE richiede un certo grado di armonizzazione tra le diverse tecnologie di fattori che nella realtà sono molto variabili, ad esempio il capacity factor (nel rapporto assunto pari a 85% per le fonti fossili e per il nucleare) e il tasso di sconto (negli esempi citati sopra pari al 7%). Per quanto riguarda la costruzione di nuove centrali nucleari questi due fattori sono dirimenti. Mentre le centrali a gas a ciclo combinato garantiscono un buon ritorno economico anche con capacity factor più bassi e dunque si prestano alla modulazione della curva di carico seguendo le rinnovabili intermittenti, il nucleare richiede invece capacity factor elevati per garantire la remunerazione. Similmente, se un tasso di sconto del 3% rende l’investimento nel nucleare competitivo rispetto alle centrali a gas, le fonti fossili restano più convenienti a tassi di sconto superiori al 7%. Una simile conclusione era stata raggiunta per i reattori modulari NuScale in un rapporto del Breakthrough Institute, sebbene la compagnia abbia recentemente annunciato che i suoi moduli avranno una potenza del 25% superiore rispetto al previsto. Infine, bisogna notare che l’LCOE non riflette necessariamente il costo economico reale delle diverse fonti, che può subire un aggiustamento, in positivo o negativo, considerando il Value Adjusted Levelized Cost of Energy (VALCOE): dal rapporto emerge ad esempio che le centrali a turbo gas, per la loro capacità di fornire elettricità quando ce ne è più bisogno, sono molto più appetibili di quanto emerga dal loro LCOE, mentre il solare fotovoltaico, per il motivo opposto, perde competitività. Per quanto riguarda il nucleare, il VALCOE non differisce apprezzabilmente dall’LCOE.

I costi del nucleare? Una scelta politica

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa lettera aperta del dott. Pierluigi Totaro, Presidente del Comitato Nucleare e Ragione e socio di AIN -Young Generation in Nuclear. Caro Presidente, ho letto con estremo interesse la tua lettera nella quale auspicavi un sostegno del Governo Italiano ai progetti di reattori modulari (SMR) e condivido con te l’entusiasmo per questa innovativa tecnologia nucleare che dovrebbe affacciarsi sul mercato nel corso di questo decennio. Credo infatti che il centro della questione, non più eludibile in un serio dibattito sulla sostenibilità del nucleare, è che i costi di questa tecnologia sono, in definitiva, una scelta politica. Un rapporto recentemente pubblicato da The Breakthrough Institute – influente think-tank americano che si occupa non di rado di questioni energetiche – analizza alcuni scenari di sviluppo degli SMR NuScale e mostra a quali condizioni economiche essi sarebbero competitivi con le centrali a gas a ciclo combinato, attualmente tra le più convenienti fonti di produzione di energia. La simulazione presentata si basa principalmente su tre fattori: il costo di costruzione (overnight) previsto per i moduli NuScale, il tasso di sconto applicato all’investimento ed il prezzo del gas naturale. Tra questi, come sappiamo, il tasso di sconto è l’elemento più sensibile nei progetti nucleari, i quali vedono un ingente investimento iniziale ed un profitto nel lontano futuro, ed è risultato spesso talmente alto (10-12%) da rendere insostenibili progetti di nucleare convenzionale. Senza addentrarmi nel merito della discussione sul quale sia l’appropriato tasso di sconto da applicare a progetti nucleari, affrontata nel rapporto, mi limito a sottolineare la principale conclusione: la massima differenza di costo (Levelized Cost of Energy, LCOE) tra SMR NuScale e centrali a gas a ciclo combinato, negli scenari considerati, sarebbe pari a 54$ per MWh, ma nella maggior parte dei casi questa sarebbe contenuta sotto i 28$ per MWh. Tanto per capirci, il sussidio necessario a rendere competitivi gli SMR non sarebbe molto dissimile dagli attuali livelli di incentivo di cui godono le rinnovabili negli USA (fino a 25$ per MWh) o il nucleare convenzionale, in alcuni stati come New York (17$ per MWh). Ora proviamo a contestualizzare questa cifra nel contesto italiano. L’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA) ha recentemente lasciato inalterato per il quarto trimestre del 2020 il livello degli Oneri di Sistema che grava sulla bolletta elettrica degli utenti domestici italiani per 4.18 centesimi di euro per kWh. Gran parte di questi oneri (il 78.08% nel caso degli utenti domestici) sono incentivi alle fonti rinnovabili e assimilate, cui le famiglie italiane corrispondono 32.64€ (circa 37$) per MWh di energia consumata. Le famiglie consumano però solo una frazione dell’elettricità in Italia (circa il 22%), quindi l’incentivo alle rinnovabili è maggiore di quanto sopra stimato. Stando agli ultimi dati disponibili, nel 2019 il totale di questi incentivi che pesano sulla bolletta elettrica ha di poco superato gli 11 miliardi di euro[1] ed è stato distribuito su una produzione rinnovabile di 63 TWh. A conti fatti dunque, le rinnovabili e le fonti ad esse assimilate (come i rifiuti urbani) godono in Italia di un incentivo pari a circa 178€ (circa 210$) per MWh. Se però andiamo a guardare il dettaglio della ripartizione degli incentivi, vediamo che il fotovoltaico si mangia il 51.77% della torta (quasi 6 miliardi di euro annui), a fronte di una produzione incentivata di 20.6 TWh (sempre nel 2019), portando l’incentivo alla produzione di energia solare alla cifra esorbitante di 282€ per MWh, ovvero circa 330$ per MWh. Basterebbe dunque un sussidio pari al 10% di quello attualmente goduto dal fotovoltaico per rendere gli SMR competitivi con il gas naturale. In conclusione, in Italia più che altrove, la presunta insostenibilità economica del nucleare è l’effetto dell’immane distorsione del mercato a favore delle rinnovabili, conseguenza di precise scelte politiche, e potrebbe essere facilmente colmata senza ulteriori oneri per i contribuenti. Di questi fatti gli italiani dovrebbero essere edotti, affinché anche le giovani generazioni, che di queste decisioni politiche porteranno il peso, possano dire la loro. [1] Per confronto gli oneri per il finanziamento di attività nucleari residue ammontano a 476 milioni