Il Direttore Generale IAEA loda i progressi fatti a Fukushima

Il direttore generale della IAEA Rafael Mariano Grossi ha visitato la centrale di Fukushima Daiichi nell’ambito della sua prima visita in Giappone dall’insediamento, avvenuta lo scorso 26 febbraio. Grossi ha avuto modo di rilevare come gli sforzi di decomissioning in corso presso la centrale di Daiichi siano meticolosi e sistematici e la tendenza sia incoraggiante, malgrado vi siano ancora alcune sfide da risolvere. In particolare la decontaminazione dei liquidi con il metodo ALPS (Advanced Liquid Processing System) ha finora permesso di rimuovere gran parte dei radionuclidi da oltre 1 milione di metri cubi d’acqua. L’acqua trattata, che ora contiene solo trizio, è per ora immagazinata in loco in apposite ciserne la cui capacità massima sarà ragginta nel 2022. A tal riguardo, la IAEA ha sollecitato le autorità giapponesi a eliminare definitivamente l’acqua contaminata tramite una delle due opzioni tecniche sicure, ovvero la vaporizzazione o la diluizione nell’oceano. Il Governo Giapponese deve però ancora prendere una decisione finale in merito. Fonte World Nuclear News.

Un Italiano a Fukushima per un giorno

Il racconto del recente viaggio in Giappone di Massimo Burbi, socio del Comitato Nucleare e Ragione* Prologo Fukushima non è una città, è una prefettura del Giappone dove vivono quasi 2 milioni di persone che si trova nella regione di Tōhoku. Fukushima City è il suo capoluogo, ma il motivo per cui tutto il mondo conosce questo nome è legato a vicende che si sono svolte a circa 60 km da lì, all’estremo est della prefettura, dove il Giappone confina con l’Oceano Pacifico. Proprio dall’oceano, l’11 Marzo 2011, arriva Il peggior terremoto mai verificatosi in Giappone e il quarto più potente registrato in tutto il pianeta da 120 anni a questa parte. Magnitudo 9 può sembrare solo un numero fino a quando non si ha qualcosa con cui confrontarlo.  Abbiamo  ancora negli occhi il sisma dell’Aquila del 2009, 309 morti e 65000 sfollati. Quel terremoto ha avuto una magnitudo (Richter) 5.9. La scala logaritmica fa sembrare i due numeri non così distanti, ma 3 punti di magnitudo di differenza vogliono dire che il sisma che due anni dopo colpisce il Giappone libera un’energia circa 30000 volte superiore [1]. Come se non bastasse, il terremoto scatena uno tsunami con onde alte più di 10 metri che si abbattono sulla costa ad oltre 700 km/h, penetrando nell’entroterra per chilometri: 16000 morti, 2500 dispersi (che ad anni di distanza sono purtroppo sinonimi, anche se ancora c’è chi non ha smesso di cercare), 120000 edifici completamente distrutti, intere città cancellate e 340000 sfollati. Sulla costa c’è anche la centrale nucleare di Fukushima Daiichi (che vuol dire numero 1). La centrale regge al terremoto ed è già in shutdown quando arriva l’onda di tsunami. Le linee elettriche sono interrotte e il raffreddamento dei reattori è affidato ai generatori diesel di emergenza. Uno studio del 2008 (ignorato dalla società Tepco, che gestisce l’impianto) aveva avvertito della possibilità in quell’area di onde di tsunami alte oltre 10 metri, ma nel marzo 2011 a proteggere la struttura dal maremoto, c’è una barriera alta poco più della metà. L’onda che raggiunge la costa circa un’ora dopo il terremoto è alta più di 14 metri, supera facilmente le barriere e sommerge completamente i locali dei generatori diesel, colpevolmente collocati al piano interrato, lasciando la centrale senza corrente elettrica, e quindi anche senza raffreddamento. Si creano così le condizioni che portano, in vari momenti dei giorni successivi, alle esplosioni (chimiche, non nucleari) nei reattori 1-3, e nell’edificio del reattore 4, con rilascio di materiale radioattivo in atmosfera e in mare. Il giorno dopo oltre 150000 persone nel raggio di 20 km dalla centrale nucleare vengono evacuate [2]. Arrivo a Namie Town Sono le 11 di mattina quando arriviamo a Namie. Sono passati più di otto anni e mezzo dal terremoto, ma qui sembra che molte cose siano ancora ferme a quei giorni. Namie Town è stata una delle città maggiormente interessate dal rilascio di materiale radioattivo dalla centrale di Fukushima Daiichi, che si trova a circa 8 km a sud-est in linea d’aria. Per sei anni è stata una città fantasma, solo nella primavera del 2017 è stato permesso alla popolazione di tornare a vivere qui, ma in pochi l’hanno fatto. “Qui vivevano circa 20000 persone, solo il 5% è tornato” mi dice Fumie, originaria di Fukushima City, che mi accompagna in questa giornata. La zona di evacuazione è andata progressivamente riducendosi nel corso degli anni, attualmente copre il 2.7% del territorio della prefettura e sono circa 30000 le persone che continuano a vivere con lo status di “sfollati” fuori dai suoi confini [2]. Scendiamo dalla macchina nei pressi della stazione ferroviaria. Da qui partono solo treni verso nord, ma ci sono lavori in corso per ripristinare il collegamento con Tomioka Town, circa 20 km più a sud. Fuori dalla stazione ha recentemente aperto un nuovo cafè, da circa due mesi funziona di nuovo il servizio taxi, e non lontano da dove ci troviamo è da poco tornato ad operare il dentista. Tutti segni di una ricostruzione, non solo materiale, che va avanti a piccoli passi tra molte difficoltà ed incertezze sul futuro. Camminando per le vie della città la radioattività è estremamente bassa, raramente si superano gli 0.15 µSv/h, livelli inferiori a quelli che si trovano in molte parti d’Italia. A Roma ci si aggira sugli 0.30 µSv/h, e in certe zone del centro di Orvieto si rilevano valori superiori a 0.70 µSv/h. Ma per quanto la radioattività possa essere bassa la paura si fa ancora sentire, e in ogni caso non è affatto scontato che chi ha impiegato anni a rifarsi una vita altrove ora torni da dove è venuto, andando incontro ad un’altra faticosa transizione. A Fukushima non ci sono state vittime per le radiazioni [3], uno studio ha rilevato che nei primi quattro mesi dopo l’incidente, quelli in cui l’esposizione è stata massima, il 99.4% dei soggetti monitorati ha ricevuto una dose equivalente aggiuntiva per esposizione esterna inferiore a 3 mSv [4]. La dose media annua complessiva di un cittadino italiano è dell’ordine di 4.5 mSv [5]. Nonostante questo, circa 2000 persone sono morte a causa di un’evacuazione disorganizzata, in cui c’è chi è stato strappato in fretta e furia dagli ospedali, finendo per non ricevere le cure mediche di cui aveva bisogno, e  dello stress da ricollocamento che ha provocato depressione, alcolismo e suicidi [6]. Paura, ansia e scarsa informazione sulle radiazioni da queste parti hanno fatto più vittime dello tsunami [7]. E c’è anche chi pensa che l’evacuazione sia durata troppo a lungo. E’ il caso di Shunichi Yamashita (Nagasaki University), per due anni a capo del progetto che ha studiato gli effetti dell’incidente sulla salute degli abitanti di Fukushima, convinto che le persone avrebbero potuto tornare nelle loro case dopo un mese [8]. Nel centro di Namie molti edifici danneggiati dal terremoto sono stati demoliti, altri, malgrado l’aspetto apparentemente sano, lo saranno presto. A contrassegnarli c’è un piccolo adesivo rosso sulle finestre. Continuando a camminare raggiungiamo la scuola del paese che affaccia direttamente…

Rilasci controllati a Fukushima? Nessun pericolo per l’ambiente

Di Umberto Minopoli Sorprende – e non poco – l’allarmismo dei toni e dei contenuti di un post pubblicato, il 12 settembre, sulla bacheca Facebook del Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Sergio Costa: “Disapprovo totalmente quello che, se dovesse essere confermato, rischia di accadere in Giappone. Non abbiamo alcun dato certo sull’impatto che quel tipo di scorie provenienti dalla centrale nucleare di Fukushima potrebbe avere sui fondali, sulla flora e sulla fauna marina. Non concordo, a maggior ragione, se questa scelta dovesse essere fatta nell’errato presupposto che essa incida solo localmente, perché i mari e gli oceani sono di tutti. È un nostro bene estremamente prezioso, il mare, dobbiamo difenderlo tutti insieme. Sto seguendo questa vicenda e con gli esperti e tecnici del Ministero siamo pronti a essere a fianco del governo di Tokyo per trovare una soluzione con tecnologie e soluzioni alternative. Sono consapevole delle difficoltà nel gestire questa enorme emergenza ambientale, ma i mari e gli oceani vanno sempre e comunque preservati.” Tali affermazioni rischiano di alimentare paure infondate. Facciamo chiarezza. Il Giappone sa bene come stoccare le acque radioattive e lo fa. Si stoccano le acque per poterle decontaminare, depurare e filtrare dei radionuclidi più tossici per l’ambiente. Vengono quindi raccolte in serbatoi che poi, una volta filtrata e decontaminata l’acqua, devono essere svuotati. Di radioattivo, nelle acque depurate, rimane una concentrazione di Trizio (H3, elemento non filtrabile) pari a 0.5-4 MBq/L (milioni di Becquerel per litro), per un totale di circa 0.76 PBq (Peta Becquerel, 1015 Bequerel). Il Trizio ha un’emivita di 12 anni, il che vuol dire che ogni 12 anni la sua attività si dimezza, per cui ha una concentrazione molto bassa rispetto ad altri radionuclidi. Rilasci controllati sono avvenuti prima d’oggi a Fukushima. E avvengono in tutto il mondo. Gradualità del rilascio e l’effetto diluitivo dell’acqua nell’Oceano fanno sì che l’impatto risulti sempre molto limitato. Si consideri che la radioattività (fondo di radioattività naturale) già naturalmente presente nell’Oceano Pacifico ammonta a più di 8 milioni di PBq. Le sorgenti principali sono il Potassio-40 (7,4 milioni di PBq), il Rubidio-87 (700mila PBq), l’Uranio (22mila PBq), il Carbonio-14 (3mila PBq). Il Trizio (370 PBq) è l’elemento più effimero e meno presente. Nell’ipotesi di rilascio in discussione, la frazione di Trizio nell’Oceano Pacifico aumenterebbe di meno dell’1%. Irrisorio. Inoltre, il trizio versato subirebbe prima una ulteriore pre-diluizione. La concentrazione di Trizio risulterà così sotto i livelli imposti dalle normative in prossimità del luogo di rilascio. L’impianto di riprocessamento francese di La Hague rilascia in un anno circa 12 PBq (oltre dieci volte il totale di quanto dovrebbe essere rilasciato da Fukushima). Il rilascio controllato dalla centrale di Fukushima comporterà livelli di radioattività indistinguibili dal fondo naturale. In ogni caso quella di rilasciare, gradualmente, tutta l’acqua contenuta nei serbatoi è una delle ipotesi di lavoro (assieme all’evaporazione, al sequestro geologico e alla solidificazione). Se ne parla ora non perché ci sia un’emergenza. Semplicemente: il governo giapponese ha informato il corpo diplomatico presente nel Paese – cosa che avviene ad intervalli regolari – delle prospettive per il decommisionamento definitivo dell’area di Daiichi. Gli unici a preoccuparsi potrebbero essere eventualmente i pescatori della zona di Fukushima: qualora il rilascio fosse fatto ad un rateo troppo elevato, si troverebbero a fronteggiare livelli di concentrazione del Trizio localmente superiori ai limiti per la vendita del pescato ( che, peraltro, non hanno a che vedere con l’effettiva pericolosità). Per il resto della popolazione mondiale, si rassicuri il Ministro, si possono escludere impatti sull’ambiente e la salute. In ogni caso, il Giappone e’ impegnato in un’opera di depurazione e sicurezza ambientale. Non è eticamente elevato creare allarmismo su quest’opera. A cui, qui ha ragione il Ministro, potremmo invece dare un contributo con le nostre aziende.