NUCLEARE/ Monti, Presidente AIN: cosa resta da fare (bene) per passare alla scelta operativa (intervista a ilsussidiario.net)
Il presidente dell’Associazione italiana nucleare (AIN) fa il punto su ciò che serve per tornare all’atomo in Italia. Senza sbagliare mosse La mozione parlamentare unitaria sul nucleare del maggio 2023 ha dato il via in Italia a dibattiti e discussioni che, dopo due anni e mezzo, ci dicono che è arrivato il tempo di agire. Non è uno slogan, ma una constatazione tecnica: un sistema energetico che deve decarbonizzare rapidamente, garantire sicurezza di approvvigionamento in un contesto geopolitico di enorme complessità e allo stesso tempo contenere i costi per i cittadini e la grande industria energivora, che ancora rappresenta buona parte della struttura industriale portante italiana, non può restare sospeso in una disputa permanente. L’evoluzione del dibattito Dal 2023, vari ambiti di ricerca e analisi hanno approfondito la questione nucleare in Italia. Tra le iniziative più significative ricordiamo: la Piattaforma Nazionale per il Nucleare Sostenibile (PNNS) istituita dal MASE nel settembre 2023; il nuovo Piano Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC 2024) sottoposto alla Commissione europea nel 2024; il rapporto “Il nuovo nucleare in Italia per i cittadini e le imprese” di settembre 2024 sviluppato da The European House Ambrosetti (TEHA) e commissionato da Edison ed Ansaldo Nucleare; il rapporto di Confindustria “Lo sviluppo dell’energia nucleare nel mix energetico nazionale”, presentato nel luglio scorso alle istituzioni e agli stakeholder nazionali. Tutti questi studi e approfondimenti – che sono stati condotti con l’ausilio dei maggiori esperti e organizzazioni nazionali, incluso L’Associazione Italiana Nucleare (AIN) – hanno confermato che una transizione energetica realistica deve comprendere rinnovabili e nucleare. Gli stessi studi hanno valutato complessivamente un ritorno, diretto e indotto, dal nuovo nucleare per il sistema Paese e per la collettività dell’ordine del 2,5% del Pil nazionale. Per il solo programma nazionale, si stima un volume occupazionale (comprensivo di diretti e indiretti) di circa 117mila nuovi posti di lavoro. A questo si aggiungono le commesse che potranno derivare dalla partecipazione di aziende italiane ai progetti nucleari internazionali e, in particolare, europei. Molto rilevanti al fine di raccogliere informazioni, opinioni anche critiche e valutazioni da parte di tutti i possibili stakeholder sono anche state le “indagini conoscitive sul ruolo dell’energia nucleare nella transizione energetica e nel processo di decarbonizzazione” portate avanti nel 2024 e 2025 dall’VIII Commissione parlamentare. La legislazione e la strategia nazionale L’insieme di queste iniziative nazionali – che peraltro hanno costantemente fatto riferimento a quanto sta avvenendo a livello internazionale ed europeo – ha ispirato e dato fondamento tecnico e giuridico al disegno di legge recante “Delega al Governo in materia di Energia Nucleare sostenibile” approvato dal Governo e che ha ricevuto a fine luglio il parere favorevole da parte della Conferenza unificataA questo punto la scelta non è se “credere” o meno nell’atomo, ma se e come integrarlo in un portafoglio che includa rinnovabili, reti, accumuli, capacità di back-up, efficienza e, dove necessario, gas con CCS (cattura e stoccaggio del carbonio). Un approccio corretto impone di distinguere fra tre livelli: valore di sistema, fattibilità industriale e governance del rischio. Valore di sistema Le rinnovabili variabili (eolico e fotovoltaico) hanno ridotto i costi di generazione, ma aumentano la complessità di rete e di bilanciamento. In situazioni climatiche e di mix energetico come quelle italiane, la disponibilità di capacità base load a basse emissioni — nucleare, idroelettrico a bacino, geotermia profonda, eventualmente CCS su impianti a gas — riduce i costi marginali del sistema nei periodi di scarsa produzione rinnovabile. Qui la metrica importante non è solo la LCOE (costo livellato dell’energia), ma il “system value”: quanto un MW affidabile riduce la necessità di overbuilding rinnovabile e di accumuli di lunga durata, fra l’altro ad oggi non disponibili. Con fattori di carico storicamente superiori all’80-90%, gli impianti nucleari offrono potenza programmabile e supportano l’inerzia di rete. Il controcanto riguarda costi e tempi reali. I grandi reattori avanzati di terza generazione – costruiti on budget and on time in Asia, Russia e Emirati Arabi – hanno sofferto extracosti e ritardi in Europa e Nordamerica: alcuni progetti in Europa e negli Stati Uniti sono stati completati con anni di slittamento e miliardi di extra-budget. Le cause sono note: catene di fornitura erose, perdita di competenze, progetti “first-of-a-kind” con curve di apprendimento incompiute, governance e management non adeguati delle megacostruzioni. Il risultato è che il differenziale tra valore di sistema e costo finanziario spesso resta negativo finché non si ricostruisce una capacità industriale solida come negli anni 70 e 80 e serializzabile. Fattibilità industriale Specificamente per il nostro Paese, la fattibilità industriale dei reattori avanzati e in particolare degli Small Modular Reactors (SMR). Questi sistemi nucleari promettono standardizzazione, cantierizzazione più rapida, capex distribuito e migliore integrazione con reti non molto sviluppate o calore di processo. Ma, dietro la retorica, la prova decisiva è la produzione in serie. Finché i primi esemplari non entreranno in esercizio con costi certificati, il rischio di spostare semplicemente in scala ridotta gli stessi problemi dei grandi reattori resta elevato. I segnali misti degli ultimi anni — annullamenti di progetti per escalation dei costi peraltro accanto ad avvii concreti in Canada e pianificazioni in Europa centrale — suggeriscono prudenza attiva: accelerare i progetti più maturi, ma con milestones stringenti e opzioni di uscita. Non è un “no”, è un “sì, se”: se vi sono procedimenti di certificazione e licensing snelli, un disegno industriale realistico, un committente solido e con la necessaria esperienza operativa, un partenariato internazionale che valorizzi gli asset italiani e un quadro finanziario adeguato.Governance del rischio Il nucleare concentra rischi multipli – di costruzione, regolatori, di mercato, di accettabilità pubblica – che non sono ben prezzati nei mercati all’ingrosso. Una volta che si decide di includerlo nel mix, servono strumenti coerenti: – Schemi di finanziamento che riducano il costo del capitale (Contract for Difference, Regulated Asset Base), perché l’OPEX nucleare è relativamente basso e il CAPEX domina l’LCOE. – Regolazione certa, ben definita e risk-based, che mantenga la sicurezza senza inutili e costose lungaggini procedurali. – Gestione del combustibile e del ciclo del combustibile di riferimento ben…
