NUCLEARE 2026 – Monti (AIN): Ddl, Nuclitalia, authority per la sicurezza: perché non c’è tempo da perdere

Stefano Monti - AIN

Riportiamo per intero l’intervista rilasciata a “Ilsussuidiario.net” dal Presidente di AIN, Ing Stefano Monti.

Ci vogliono provvedimenti, osserva Stefano Monti, presidente dell’Associazione Italiana Nucleare (AIN), che possano supportare concretamente l’attività di un settore industriale che per il nostro Paese è importante, iniziando dall’approvazione in Parlamento del ddl presentato dal Governo e proseguendo con una campagna di comunicazione che faccia della necessità del nucleare un tema condiviso anche dall’opinione pubblica.

Non c’è tempo da perdere, la nostra esigenza di energia è sempre più pressante e le aziende hanno bisogno di programmi chiari.

Presidente Monti, che anno è stato il 2025 sul versante nucleare? Cosa è successo nel mondo e in Europa in particolare?

A livello europeo mi sentirei di affermare che anche a Bruxelles finalmente la parola “nucleare” è stata definitivamente sdoganata. La stessa presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ormai sistematicamente, parlando di transizione energetica, accoppia alle rinnovabili la necessità dell’energia nucleare per rendere l’UE più competitiva e più autonoma in termini di sicurezza dell’approvvigionamento energetico. Ora ci aspettiamo che alle parole seguano i fatti e che quindi la Commissione estenda al nucleare tutte le forme di incentivazione e sostegno, anche finanziario, ampiamente previste da svariati decenni per le rinnovabili. Un altro fattore da sottolineare è l’avvio in vari Paesi dell’Unione di progetti nucleari di tipo realizzativo.

I singoli Paesi che iniziative stanno prendendo?

In Francia, Polonia, Repubblica Ceca, Bulgaria, si stanno concretizzando i progetti per nuovi impianti avanzati di grande taglia e per l’estensione di vita degli impianti già esistenti che assicurano quasi il 25% della domanda elettrica dell’UE. Anche sul fronte degli Small Modual Reactor (SMR) e degli Advanced Modular Reactor (AMR) si comincia a notare qualche azione concreta come la definizione di una roadmap per il primo deployment al 2030, messa a punto nell’ambito della SMR Industrial Alliance, come pure la selezione dei progetti di interesse europeo proposti dai vari technology holders.

Come giudica questi progetti?

Ritengo che una maggiore focalizzazione su un numero limitato di opzioni tecnologiche sia auspicabile: le risorse disponibili per lo sviluppo e la messa a terra di SMR e AMR sono limitate e c’è dunque la necessità di rafforzare tutti gli elementi essenziali – finanziamenti pubblici e privati, risorse umane qualificate, supply chain e sistema regolamentare – per raggiungere la necessaria massa critica. Il 2026 sarà fondamentale anche da questo punto di vista.

E da noi in Italia, invece?

Riguardo al nostro Paese, le novità più rilevanti mi sembrano sostanzialmente tre. La prima è l’adesione come membro effettivo alla European Nuclear Alliance, ovvero alla alleanza dei Paesi della UE che esplicitamente supportano e promuovono politiche pro-nucleare per usi pacifici; la seconda è l’approvazione da parte del Governo, con il parere favorevole della Conferenza Unificata, del disegno di legge recante “Delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile”, che ora passa all’esame del Parlamento.

La terza è la creazione di Nuclitalia, la joint venture tra Enel, Ansaldo Energia e Leonardo per studiare il nuovo nucleare, effettuare studi di fattibilità tecnico-economica e analizzare opportunità di mercato. L’obiettivo è di valutare in maniera comparativa e sistematica i reattori di nuova generazione, inclusi gli SMR.

Ormai anche da noi è un tema considerato?

AIN registra con favore il fatto che il nucleare sia entrato ormai nel dibattito pubblico come elemento essenziale e determinante, assieme alle rinnovabili, per garantire una transizione energetica sostenibile da tutti i punti di vista. Gli eventi pubblici sul nucleare a livello nazionale si sono moltiplicati e c’è quasi una corsa da parte di varie organizzazioni e agenzie di comunicazione e relazioni pubbliche a promuovere un dibattito sempre più intenso sul nucleare, per sviscerare tutti gli aspetti, inclusi quelli industriali, economici, istituzionali, e geopolitici.

Cosa manca?

Come sottolineavo nel mio intervento introduttivo dell’evento annuale AIN del 10 dicembre, manca un’azione più decisa a livello territoriale che coinvolga gente comune e stakeholders.

Voi che cosa pensate di fare?

AIN, Politecnico di Milano e relativa Fondazione hanno sviluppato un progetto ad hoc nell’ambito della neonata Joint Research Partnership sul nucleare. In aggiunta AIN proprio durante l’evento del 10 dicembre ha siglato un Memorandum of Understanding con ANIMA Confindustria, che con le sue propaggini a livello territoriale e il rapporto consolidato con le amministrazioni locali è il partner ideale per chi, come AIN, è in grado di fornire contenuti scientificamente corretti sul nucleare.

A dicembre a Roma avete celebrato la vostra giornata annuale, dal titolo “Nucleare in Italia: dal dire al fare”. Si sta facendo abbastanza in Italia, per aprire la strada al ritorno dell’atomo? Quali azioni ritenete prioritarie?

Oltre alle necessità già esposte, vale a dire approvazione rapida del ddl e definizione dei decreti applicativi, comunicazione capillare ai cittadini e  coinvolgimento dei vari portatori di interesse pubblici e privati, occorre creare una autorità di sicurezza adeguata per il licensing dei nuovi impianti, in linea coi più alti standard di sicurezza internazionali e le migliori pratiche. Si tratta di una struttura organizzativa che richiederà competenze e risorse adeguate e qualche anno per diventare operativa. AIN ha contribuito alla definizione di questa autorità con un position paper presentato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica.

L’Europa sembra riconsiderare le proprie strategie, un esempio su tutti lo stop ai motori a combustione al 2035: per alcuni un ripensamento troppo timido, per altri una decisione di retroguardia. Ci sarà spazio anche per una riconsiderazione del ruolo del nucleare?

Anche per il nucleare – come per l’automotive o settori industriali strategici e trainanti quali l’acciaio e altre industrie energivore che sono oggettivamente in sofferenza – se si vuole invertire la tendenza di continue perdite di competitività e di posti di lavoro, occorre passare rapidamente dalle dichiarazioni ai fatti. Soluzioni troppo timide o che guardano al passato invece che al futuro non aiutano e sono di impedimento al recupero di competitività dell’UE. Ci vuole piena coscienza che i tempi sono cambiati e che interventi di maquillage su politiche ormai superate dai fatti come il Green Deal “alla Timmermans” non sono adeguate ai cambiamenti epocali in atto.

Cosa si dovrebbe fare a livello europeo?

Per supportare la ripartenza del nucleare occorre una chiara e decisa politica europea con strumenti tecnici e finanziari adeguati. È un segnale fondamentale per stimolare gli investimenti privati e, in generale, per l’attivazione dell’ecosistema finanziario. Ed è un segnale ancora più importante ai giovani perché si riavvicinino a un settore che ha fame di esperti qualificati nelle discipline che spaziano dall’ingegneria alla fisica, alla chimica, all’economia, alle discipline legali, al cosiddetto 3S (sicurezza, security e salvaguardie nucleari) fino alla comunicazione e lo stakeholder engagement.

Solo con una nuova generazione di giovani motivati e preparati sul campo sarà possibile venire incontro a tutte le esigenze industriali, istituzionali, delle autorità di sicurezza e del mondo accademico e della ricerca. Si tratta di decine di migliaia di nuovi addetti che il nucleare dovrà assicurarsi nei prossimi anni, anche in competizione con altri settori altrettanto alla ricerca di giovani talenti.

Torniamo all’Italia. I tempi politici interni spesso non sono compatibili con quelli economici, industriali e delle decisioni strategiche, in particolare con i tempi delle aziende che oggi soffrono una delle bollette energetiche più care d’Europa. Come non deludere l’interesse e le attese del comparto industriale e di buona parte dell’opinione pubblica sull’opzione nucleare?

Il problema è rilevante non solo per i cosiddetti off-takers che necessitano di energia decarbonizzata in grandi quantità e a costi sostenibili, ma anche per l’industria di settore, che certo non può ancora aspettare a lungo prima di vedere concretizzarsi il programma nucleare italiano con ordini e commesse. Per mantenere vivo l’interesse di tutto il mondo industriale e dei vari stakeholders pubblici e privati in attesa dell’avvio operativo del programma nazionale, sarà importante assicurare e sostenere la più ampia partecipazione italiana ai progetti all’estero in fase di avvio in Europa e in tutto il mondo.

Qual è l’obiettivo?

Questa azione non solo consentirà di creare da subito nuovi posti di lavoro e generare importanti ricavi da commesse all’estero, ma permetterà altresì alla nostra industria di prepararsi adeguatamente per poi affrontare con competenza e capacità le sfide del programma nazionale. L’industria italiana, la seconda manifatturiera nucleare in Europa, è già ottimamente posizionata e molte aziende si stanno muovendo rapidamente con svariate partnership e con la firma dei primi contratti.

Che cosa serve, nello specifico?

Occorre assicurare un certo sostegno pubblico per rafforzare il centinaio di imprese già in grado di lavorare su progetti nucleari e per qualificare l’ampio spettro di aziende potenzialmente interessate, ma che ancora necessitano di certificarsi per operare nel settore nucleare.

Per il 2026 quale dovrebbe essere l’obiettivo sul quale l’Italia dovrebbe concentrarsi? E cosa invece dovremmo realisticamente aspettarci?

Poche cose ma rilevanti. Prima di tutto, torno a ripeterlo, la rapida approvazione del ddl da parte del Parlamento e la definizione dei decreti applicativi più urgenti come quelli per l’istituzione dell’autorità di sicurezza e per avviare una vasta campagna di comunicazione e stakeholder engagement. Mi sembra anche un obiettivo ragionevole l’individuazione da parte di Nuclitalia della tecnologia di riferimento per il nostro Paese per le prime realizzazioni.

È questo un aspetto assai rilevante da molti punti di vista: organizzazione della supply chainpartnership con Paesi interessati alla medesima tecnologia, sviluppo delle competenze e capacità, in particolare per le organizzazioni deputate alle valutazioni di sicurezza e al licensing. Senza dimenticare il supporto al mondo della ricerca e sperimentazione e della formazione, sia professionale sia accademica.

Come bisognerebbe agire in quest’ultimo campo?

Il mondo della ricerca dovrebbe concentrare gli sforzi sulle necessità a breve-medio termine dell’industria nazionale e dell’autorità di sicurezza. Continuare ad libitum a finanziare solo la ricerca di lungo periodo non aiuta a rimettere in moto la macchina industriale, senza la quale a lungo andare è ben difficile giustificare di fronte ai taxpayer anche i grossi investimenti in ricerca e sviluppo di lungo termine. L’ultimo kWh nucleare in Italia è stato prodotto nel 1990. Non possiamo aspettare più a lungo per contribuire alla soluzione del trilemma energetico.